The Fool on the Hill. I maghi dello stand-up

La tradizione americana della stand-up comedy è talmente eterogenea da offrire innumerevoli opzioni di classificazione. La discriminante più utilizzata è quella che si riferisce all’ambito geografico in cui il performer si è affermato. La posizione del circuito di palcoscenici in cui le sue battute si sono affinate fa in modo che il suo umorismo rifletta la sensibilità del pubblico locale. La scuola di New York e quella di Los Angeles hanno sempre rivendicato con orgoglio le loro differenze. La rivalità ha abusato di scherzi focalizzati sul meteo o sulla mercificazione ed è stata un leit-motiv per Woody Allen. Tuttavia, ha trovato spazio anche in alcuni spettacoli di Bill Hicks e chi è rimasto confinato nella East Coast ha sempre sfoggiato il vanto di non essersi venduto. Non è un caso che lo storico feud tra i due late night show di David Letterman e di Jay Leno corrisponda esattamente a questo tipo di distanza fisica e culturale. Ovviamente, i due nemici/amici hanno passato più di venti anni a farci battute sopra ma il fatto che uno fosse a Burbank e l’altro a Manhattan rappresentava anche una sfida di campanile. Forse, la loro diversa estrazione fu anche uno dei motivi per cui la NBC preferì l’affidabilità dell’allievo Jay Leno all’esuberanza del maestro David Letterman quando dovette scegliere l’erede di Johnny Carson. Perché un’altra prerogativa tipica di uno stand-up comedian è anche quella di formarne un altro e di lanciarlo una volta che ha un contenitore tutto suo. Un lavoro di promozione che spesso offre l’imprinting di quello che sarà l’attegiamento futuro del discepolo verso la televisione e i suoi confini.

Johnny Carson chiede a David Letterman: Quanto sei incazzato? non appena ha saputo che la sua poltrona è andata a Jay Leno.

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La questione geografica suggerisce un modo più affascinante per determinare le caratteristiche dominanti di ipotetici macrogeneri. Il vasto campo d’indagine si potrebbe dividere in intrattenitori e in dissacratori e in questo caso anche le radici storiche della loro attività sarebbero diverse. Tuttavia, l’ambiente del vaudeville ha un ruolo di paternità universale e offre l’unica certezza da cui partire. La stand-up comedy è nata nel momento in cui il buffone ha smesso di indossare i costumi a tema del varietà e ha iniziato a presentarsi personalmente agli spettatori. Bob Hope è il più celebrato e ricordato tra i padri fondatori di una mutazione che si è definita attraverso una contaminazione delle esibizioni più varie. Un’autorità che si è costruita e si è consolidata attraverso un controllo totale della sua figura pubblica e di quella privata. La sua soverchiante personalità è quella che spicca di più in un gruppo di pionieri a cui appartiene anche il profilo più umile di Jack Benny. La loro carriera ha percorso il cinema e la radio fino ad arrivare alla massima celebrazione di avere un programma televisivo personale. Bob Hope è diventato una figura di riferimento della memoria popolare nazionale al punto da aver giocato a golf nello Studio Ovale insieme a Richard Nixon. I suoi spettacoli per l’USO in tutte le imprese militari americane hanno ulteriorimente aumentato la sua ascendenza verso un pubblico generalista che lo ha sempre considerato il proprio beniamino.

Il maestro dell’insulto Don Rickles prende in giro Bob Hope nello special del suo ottantacinquesimo compleanno: “Bob, sono molto felice per te ma facci un favore: togliti dai piedi. Per quanto vuoi continuare ancora? I soldati, la marina, si sono stancati di te. Ogni volta che c’è una guerra tu stai sempre là. In Iran non ne possono più stanno combattendo e tu ti presenti con “vorrei dirvi una cosa…” e le tue mazze da golf. E’ finita. Sono un amico. Non annoiare la gente!

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Il crollo della quarta parete e il contatto confidenziale con il pubblico erano i tratti più appariscenti del nuovo format del buffone del vaudeville ma l’evoluzione della stand-up comedy non si è fermata. Don Rickles divenne famoso perché non si limitava a fare amicizia con il pubblico ma lo prendeva in giro direttamente dal palco. Il rapporto di apparentamento con il cinema divenne paritario nel momento in cui gli scrittori degli sketch divennero anche sceneggiatori e soppiantarono le vecchie leve della commedia. Woody Allen ne riformulò i canoni con Annie Hall, portando sul grande schermo il tempo del monologo e rompendo il tabù dello sguardo in macchina. Tuttavia, il cambiamento più rilevante riguardava la qualità e la natura delle esibizioni. Il mestiere dell’uomo di spettacolo ha ceduto il passo agli show incendiari di comici che hanno iniziato a ritenere che far ridere potesse essere una vocazione. La generazione dei comici successiva ai mostri sacri non si preoccupava soltanto di divertire la platea ma si poneva l’obiettivo di scuoterla. In questo scenario, i loro primi antenati andrebbero rintracciati indietro nel tempo fino a Diogene e alla scuola filosofica del cinismo. Il pensatore era chiamato il cane per la sua vita randagia e per la sua condotta isolata all’interno società greca del quarto secolo precristiano. I suoi incontri canzonatori con Alessandro Magno e la sorpresa del sovrano per la sua vita all’insegna del rifiuto dei valori civili sono citati anche da Plutarco. Il loro strumento dialettico privilegiato era quello della parresia, che al contrario della retorica gli dava il diritto/dovere di dire il vero senza filtri. Il punto di svolta dei sixties trasformò le risate innocenti delle amate superstar televisive in quelle dissacranti ma ancora educate di Mort Sahl.

Le posizioni politiche e il trasformismo americano spiegato con garbo da Mort Sahl.

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Lenny Bruce è stato sicuramente il comico più consapevole della sua missione e i suoi numeri erano una sfida sfacciata alle autorità. Il suo desiderio di andare sempre oltre il limite gli costò l’arresto svariate volte tra il 1961 e il 1966, l’anno della sua morte prematura. La sua condotta di vita era anticonformista al punto da fargli accettare non solo l’emarginazione ma anche da fargli abbracciare senza rimpianti l’autolesionismo. Il matrimonio con una spogliarellista e l’uso costante di alcol e narcotici di vario tipo sarebbero bastati ad alienargli le simpatie del pubblico casalingo. Tuttavia, Lenny Bruce coltivava per la comicità da salotto lo stesso disprezzo che la comunicazione mainstream nutriva per lui. La sua ostinazione a sbeffeggiare la censura non era solo una battaglia personale contro l’ipocrisia istituzionale ma era anche la rivendicazione del diritto costituzionale della libertà di parola. Le sue vicissitudini giudiziarie smuovevano il dibattito degli intellettuali sull’opportunità di imporre il buon gusto e l’opinione pubblica non ha mai smesso di trattarlo senza mezze misure. Lenny Bruce è sempre stato considerato come un martire o come uno stupido sovversivo e un giudizio così netto replica un comportamento senza compromessi. Don DeLillo ha deciso di utilizzare il racconto dei suoi show imprevedibili ed eclettici per gli intermezzi del suo romanzo-fiume Underworld. Fu uno dei pochi a non annullare il suo spettacolo il giorno in cui venne ucciso John Kennedy e nella sua prima battuta della serata si rammaricò del fatto che il migliore imitatore televisivo del Presidente fosse ormai senza lavoro. Lenny Bruce non si fermava davanti a niente per strappare una risata amara. Fatevi dire la verità. La verità è quello che è e la fantasia è quello che dovrebbe essere. Una terribile bugia che è stata raccontata alla gente tanto tempo fa.

Una delle rare apparizioni televisive di Lenny Bruce inizia con una dichiarazione programmatica: “Sono qui perché ho promesso di comportarmi bene”.

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La cerimonia degli Oscar è un ottimo strumento per capire la differenza tra le due maggiori correnti della stand-up comedy. Infatti, è significativo notare come Bob Hope abbia fatto da host per ben diciannove volte e che il suo erede più amato sia stato Billy Crystal con nove presentazioni. I loro nomi ricorrono con rimpianto tutte le volte che gli entertainer non sono stati all’altezza della serata. Le cause del fallimento di una cerimonia possono essere dovute all’insipienza dei frontman ma spesso risalgono alla scarsa compatibilità del loro umorismo con quello della platea. Le facce allibite degli ospiti davanti alle performance unanimemente disastrose di David Letterman e di Seth MacFarlane rendono l’idea di cosa sia l’effetto contrario. La linea di demarcazione che separa questi due approcci potrebbe essere una semplice questione di formazione. Bob Hope nasceva come un uomo di spettacolo totale e oltre a recitare delle battute sapeva anche ballare, cantare e suonare. Un bagaglio artistico che sicuramente Bill Hicks non ha mai posseduto ma di cui aveva piena padronanza un altro nome popolare come Steve Martin. La futura star del cinema era un abile suonatore di banjo e aveva mosso i suoi primi passi nello spettacolo in un negozio di articoli per maghi. I suoi studi di filosofia gli avevano permesso di studiare quali meccanismi di variazione della logica potevano far ridere il pubblico. Il risultato fu un numero record di apparizioni al Saturday Night Live e milioni di copie vendute quando i suoi spettacoli vennero stampati su disco. L’approdo di Steve Martin al mondo del cinema è una parabola emblematica di come la stand-up comedy è una tappa di formazione per chi vuole entrare nel mondo dello show-business da protagonista.

Steve Martin spiega a Jimmy Fallon l’importanza della battuta d’ingresso per un comedian.

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Le categorie entro cui inserire i comici iniziano a proliferare rispetto all’iniziale intuizione della divisione geografica. Lo spettacolo in contatto diretto con il pubblico può essere visto come un mezzo oppure come un fine. Il punto di non ritorno oltre il quale un comico decide di andare o di non andare è il famigerato limite di quelle seven dirty words che George Carlin ha elencato in un suo epocale monologo. La volontà di parlare a ruota libera senza preoccuparsi di non pronunciarle comporta la consapevolezza del comico di essere ostracizzato da tutti i network televisivi. Il nome di chi ha stilato questa lista di parole e i motivi della scelta non sono mai stati chiariti del tutto ma è la loro presenza a determinare la luce verde sul piccolo schermo. Chiunque decida di pronunciarle si assume la responsabilità della scelta di restare uno stand-up comedian a vita. Forse, nessuno ha mai sposato la causa con più determinazione di George Carlin e il pubblico che ha affollato le sue esibizioni lo ha largamente ricompensato. Le sue scelte tematiche vanno oltre la satira politica e travalicano l’ironia sui costumi americani perché si pongono come obiettivo l’umanità. In particolare, quei massimi sistemi come la religione che gli danno l’illusione di avere uno scopo più nobile rispetto a quello dell’autoconservazione. George Carlin è un cinico nel senso più ideologico del termine e per le sue invettive non c’era nessuna visione generale a cui valesse davvero la pena di credere. Se gli avessero detto che il suo modo di smontare le major league bullshit della storia aveva qualche relazione con qualche antico filosofo greco avrebbe risposto a modo suo: what? are these fuckin’ people kiddin’ me?

George Carlin rivela al pubblico cosa non bisogna dire per essere un perfetto stand-up comedian.

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