The Man Who Sold His Skin. Intervista a Yahya Mahayni

Intervista a Yahya Mahayni, ospite a Roma in occasione dei Rendez-Vous, il Festival del Nuovo Cinema Francese, in cui racconta del suo lavoro come attore e del difficile inizio della sua carriera.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Yahya Mahayni ha vinto il Premio Orizzonti come miglior attore per The Man Who Sold His Skin di Kaouther Ben Hania (uscirà nelle sale italiane a settembre distribuito da Wanted) un riconoscimento di cui confessa non avere ancora la percezione oggettiva di cosa precisamente significhi e di come sia arrivato in maniera  totalmente inaspettata, contro dei contendenti del calibro di Andrew Garfield, solo per citarne uno. Una carriera quella dell’attore siriano iniziata dopo un percorso diverso dal solito: “Ho lavorato sei anni in un grande studio legale. il mio vicino era un attore e mi ha detto che la scuola faceva delle audizioni per entrare direttamente nel secondo anno o nel terzo. Quindi preparo un monologo di Al Pacino preso da un film che mi amo molto, L’avvocato del diavolo. Mi hanno detto, va bene, ti prendiamo dal secondo anno. Ed io gli ho risposto che non avevo tempo da perdere, stavo prendendo una grande decisione e gli ho chiesto per favore di ammettermi al terzo anno. Hanno detto ok, e questo mi ha permesso di comprendere meglio come funziona il settore e cosa io dovevo fare, ad ottenere dei piccoli ruoli nei cortometraggi e a come comportarmi di fronte ad una camera. Ma non riuscivo a guadagnare abbastanza, si trattava per la maggior parte di filmini amatoriali e quindi avevo deciso di lasciare. Dopo due anni mi hanno chiamato grazie ad alcune foto ed è ricominciato tutto da lì.”

Yahya ammette tranqullamente di avere una cultura cinematografica limitata, e soltanto due registri di giudizio: mi piace e non mi piace. E di voler imparareadesso ad analizzare tutte le sfumature, attraverso la lettura delle critiche, un esercizio utile per creare un altro punto di vista, più raffinato, interessante ed avere uno sguardo sempre più oggettivo. “Mi piace l’esperienza di essere pienamente assorbito dal film. Ovviamente è una sensazione positiva, con tutte le emozioni che mi provoca. Di The Man Who Sold His Skin mi è piaciuto vedere il risultato finito, quello che la regista aveva pensato durante la sceneggiatura e quanto ci aveva trasmesso della sua visione, anche se lei in realtà non diceva molto. Ho scoperto che una cosa è la sceneggiatura, altra cosa è realmente realizzarla nella realizzazione del film, con tutte le complicazioni che si possono incontrare in tale contesto, altra cosa ancora è il montaggio. È stato bellissimo vedere come l’ho immaginato quando ho letto la sceneggiatura per la prima volta e poi confrontarlo con il film finito, dove quelle idee erano svanite. Ero impressionato perché ho notato che la regista sapeva quello che voleva. Era molto precisa quando dava indicazioni tecniche. Il finale felice del film avrebbe potuto essere un po’ diverso secondo me. Ma rispetto la decisione della regista, perché ha voluto questa conclusione per permettere al protagonista di mettersi in risalto, senza vittimizzarlo come rifugiato, una cosa che purtroppo succede spesso.”

Secondo Yahya, Kaouther Ben Hania usa il cinema come una piattaforma, dove il nemico c’è sempre, magari può essere la società, possono essere le forze di polizia. Però in questo film la regista aggiunge delle tonalità, inserisce delle eccezioni all’interno dell’antagonista. Ad esempio Soraya (interpretata da Monica Bellucci) rappresenta un eccezione, perché se il nemico è il mondo dell’arte contemporanea, lei ha dei dettagli che la rendono buona. È una regista molto eclettica, che usa tante gradazioni, è difficile definire esattamente il suo universo perché fa tante cose, e c’è sempre un tema sottostante a quello che presenta, qui sono la libertà e la dignità, nel film precedente, La bella e le bestie, era la giustizia, in  un corto precendente, Peau de colle, era l’amore. C’è sempre un tema secondario rispetto a quello che appare.

“Nel film c’è molta ipocrisia personale, a livello individuale. Il mio stesso personaggio ha un conflitto interiore e vive un’ipocrisia, è innamorato di una ragazza Abeer, ma cosa si aspetta da lei, che vada a vivere con lui nella fabbrica dove allevano polli? L’amore in sostanza fa diventare egoisti, ci sono sempre queste contraddizioni profonde. La stessa Soraya all’inizio è una persona molto fredda e calcolatrice, però allo stesso tempo poi si sente un po’ in colpa per Sam, cerca di aiutarlo e prova ad essere più simpatica, per poi prendergli il passaporto quando si accorge ha un valore.” Il personaggio di Sam è insicuro. All’inizio del film ama una ragazza, consapevole lei fa parte di un livello sociale più alto ed è spinta dalla madre tra le braccia di un diplomatico. Quindi sente l’urgenza di precipitare le cose. Ma questa insicurezza continua, anche dopo la decisione di vendere il proprio corpo come base per il tatuaggio ed avere raggiunto la ricchezza. Sam non è felice, perché capisce che è una ricchezza ottenuta al prezzo della dignità. “Per preparare il ruolo ho letto bene il copione ed ho parlato con la regista, autrice anche della sceneggiatura, per capire come immaginava questo personaggio. Abbiamo fatto alcune improvvisazioni insieme agli altri attori per scoprire meglio le loro relazioni reciproche. Poi ho imparato dagli altri interpreti. Ad esempio Dea Liane (Abeer) mi ha insegnato l’importanza di creare il personaggio e non solo di preparare le scene. Poi ho anche seguito delle masterclass più tecniche di Natalie Portman e Samuel Lee Jackson, dove ho messo a fuoco gli aspetti più pratici”.

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