The Pink Revolution, di Jawad Rhalib

Un racconto profondamente attuale in cui membri della comunità LGBTQI+ gridano il loro desiderio più grande: riappropriarsi degli spazi pubblici. Dal MIX Festival di Milano, on demand su Nexo+

I titoli di testa scorrono su immagini di repertorio inerenti le lotte per l’affermazione dei diritti LGBTQI+, come i moti di Stonewall o il primo Gay Pride della storia, mentre uomini bianchi in giacca e cravatta discutono in una vecchia trasmissione riguardo la “psicologia” dell’omosessuale medio. Inoltre, una didascalia ricorda allo spettatore come fino al 1990 l’OMS abbia considerato l’omosessualità come una malattia mentale, da curare come tale. Il regista Jawad Rhalib decide di affrontare la condizione contemporanea della comunità LGBTQI+ di Bruxelles partendo da un passato brutale ormai apparentemente “superato”.

Adil e Ange sono fuggiti da paesi in cui l’omosessualità viene punita con il carcere, i linciaggi e la morte. Yasmine è nata ragazzo in una famiglia oppressiva e conservatrice algerina. Thomas è costretto a nascondere le sue unghie smaltate in metropolitana, mentre Ariane rifiuta il sistema eterofilo che la circonda e vuole essere libera di poter indossare i suoi baffi finti. Ognuno dei protagonisti di questo film documentario ha affrontato difficoltà e persecuzioni di ogni tipo e genere solo per il proprio modo di essere e di apparire al mondo esterno. Quello che emerge dalle lunghe discussioni tra i cinque amici è una generale sfiducia nei confronti delle istituzioni e delle forze dell’ordine che dovrebbero tutelarli. In una delle scene iniziali, Yasmine si scontra con un muro burocratico quando racconta ad un poliziotto l’umiliante aggressione subita solo pochi giorni prima. Adil riceve addirittura un ordine di espulsione dopo aver fatto richiesta di asilo politico in Belgio, quando in Marocco lo aspettano solo morte e persecuzione.

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Il film lascia molto respiro alle parole e ai racconti dei personaggi, creando di volta in volta un ambiente protetto dove liberare i pensieri del gruppo. Rhalib lavora con focali molto lunghe in modo da isolare i volti dall’ambiente esterno e al contempo creare una distanza fisica tra i soggetti e l’obiettivo. La camera appare come un osservatore silenzioso e invisibile, non percepito dallo spettatore e dal personaggio ripreso. Tuttavia, esiste un momento specifico in cui la camera e la troupe vengono messi in campo e costretti ad entrare nella scena. Yasmine, Thomas e Ariane stanno facendo un sit-in in una piazza di Bruxelles mentre da una cassa riecheggia qualche loro pensiero registrato, quando arriva un uomo e li affronta. L’elemento imprevisto stravolge e destabilizza completamente l’equilibrio cinematografico stabilito fino a quel momento. La camera principale resta sui volti dei tre protagonisti mentre una seconda si allontana e inquadra l’intera scena, compresi la troupe e l’uomo con il volto oscurato. Questo momento racchiude perfettamente il fulcro del discorso portato avanti dai personaggi del film, in tutta la loro rabbia ed esasperazione. Oltretutto, la scena meno cercata e costruita del film, frutto di un incontro casuale e fortuito, risulta essere il momento cinematografico più riuscito e denso di significato.

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Anche nei titoli di coda il regista ha voluto inserire delle immagini di repertorio, stavolta contemporanee e riguardanti episodi di violenza provenienti da diverse parti del mondo. Nel finale Yasmine propone di sostituire il termine “omosessualità” con qualcosa di meno riferito al sesso, dato che sembra sia questo a disturbare la “sensibilità” delle persone. Chissà. Cambiando il termine in “omosentimentalità” o “omoromanticismo”, cambierebbe anche la percezione e il comportamento della gente?

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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