The Wonderful Story of Henry Sugar, di Wes Anderson

Si torna a Roald Dahl, ma sono lontani i tempi di Fantastic Mr. Fox. È veramente un cinema sempre più autunnale, di caduta. VENEZIA80. Fuori Concorso.

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Wes Anderson ritorna a Roald Dahl, ma sono ben lontani i tempi di Fantastic Mr. Fox, quando si respirava un’aria di libertà vitale e l’idea di un cinema rifugio (tana delle volpi) come strategia di resistenza non si era ancora trasformato in una gabbia asfissiante. Ormai, arrivati a questo punto, in un mondo ridotto alla dimensione di un teatrino di posa, non c’è via di uscita. È come se un intero immaginario avesse definitivamente esaurito le sue energie vitali, le possibilità di espandersi, di mettere in circolo suggestioni e di rigenerarsi. Per confinarsi in una specie di ossessione, fatta di ripetizioni, psicosi, paranoie. Un immaginario che ha comunque sempre mantenuto una sua originalità e una precisa riconoscibilità, nonostante le derive infantili, ma che con il tempo è diventato una stanza dei giochi autoreferenziale e un po’ sterile. Una mansarda in cui accumulare figurine, modellini, fondali bidimensionali, oggetti da collezione. In cui la ripetizione delle situazioni e delle pose è l’unico modo per mimare il divertimento.

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Persino The Wonderful Story of Henry Sugar, nonostante i suoi quaranta minuti, svela un sistema di scatole cinesi, di cornici narrative concentriche, che appesantiscono l’intera struttura, sino a renderla inabitale. Sono quattro i narratori che si alternano: Ralph Fiennes nei panni di Roald Dahl, Benedict Cumberbatch come Henry Sugar, Dave Patel che interpreta il dottor Chatterjee di Calcutta e Ben Kingsley nei panni di Imdad Khan, l’uomo che vede senza occhi. E, nonostante siano tutti collegati, secondo le misteriose intenzioni dell’Autore, sono quattro personaggi che abitano uno spazio di solitudine, al centro esatto dell’inquadratura. Ecco. Se, come voleva Maria Profetissa, il quattro è il numero dell’unità e del tutto, qui siamo lontani dal cuore del mandala, da uno spazio sacro di contemplazione. Perché il “dispositivo” geometrico di Anderson, più che concentrare in sé il segreto dell’universo, disegna un recinto invalicabile. E quel continuo scorrere di quinte teatrali non consente un libero attraversamento, ma assomiglia a un luogo di reclusione (come siamo lontani da Gondry, in cui davvero non esiste limite…). La vita si presenta sotto forma di parvenza, in piccoli estratti, campioni da catalogare, come foglie essiccate. È veramente un cinema sempre più autunnale, di caduta.

Eppure non mancavano gli spunti per liberare tutte le suggestioni del testo di partenza, a cominciare da questo prodigio del vedere senza occhi, con l’illuminazione delle mente e le aperture del cuore. Ma Wes Anderson guarda la sua malattia, proprio come Henry Sugar. Si guarda morire. Ma, a differenza del suo protagonista, sembra non aver più nulla da donare. Anzi, è chiaramente alla ricerca di qualcuno o qualcosa che sappia restituirgli vita. Sarà questo il reale motivo di tutti quegli “a parte”, dei continui sguardi in macchina dei personaggi. Ci chiedono aiuto, forse. Per essere finalmente liberati.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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Il voto dei lettori
2 (1 voto)
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