Tigertail, di Alan Yang

A volte vedevo ciò che volevo vedere. Questa preliminare dichiarazione del protagonista Pin-Jui, che da bambino corre nel verde delle risaie taiwanesi inseguendo il miraggio dei genitori lontani, sarebbe potuta diventare – a posteriori – la chiave di lettura integrale di Tigertail, esordio alla regia del noto sceneggiatore televisivo Alan Yang (Parks and Recreation, Master of None, Forever). Ma l’ideale versante immaginario, che avrebbe potuto convertire gli accadimenti in una generale soggettiva libera indiretta venata di simbolismo, scivola velocemente tra le mani del regista/sceneggiatore. Tigertail, così, spreca la sua occasione di raccontare il dramma intimo di Pin-Jui mediante il suo stesso sguardo interiore riflesso sul mondo; smarrendo, nel mentre, il reale cuore pulsante dell’immagine, attraverso la quale la verità del soggetto e della sua storia pregressa avrebbe potuto palesarsi con maggiore efficacia. Il piccolo Pin-Jui (Zhi-Hao Yang) perde precocemente il padre e viene cresciuto dalla nonna in campagna mentre la madre cerca disperatamente lavoro nella città di Huwei (la “tiger tail” del titolo inglese). In un contesto di miseria e disfacimento socioeconomico, il ragazzo cresce inseguendo con ingenuità il sogno dell’oltreoceano, guardando film americani e ballando con le ragazze nei locali. Ma anche lavorando duramente in fabbrica insieme alla madre, con la quale detiene un rapporto di complicità e tenerezza. L’amore per la benestante Yuan (Yo-Hsing Fang) è destinato a venire accantonato in nome della necessità economica: Pin-Jui (Hong-Chi Lee) sposa la figlia del capo, Zhenzhen (Fiona Fu da adulta), parte per l’America e mette via musica, sogni e passioni di gioventù per dare spazio alla costruzione di una vita familiare metodica e mediocre. Tigertail si snoda per differenti piani temporali, intrecciati tra loro senza sottostare alla linearità del racconto: dall’infanzia tra le risaie – momento, anche storicamente, di grande rilevanza seppure esiguo rispetto al restante nodo narrativo – alla giovinezza spesa a Huwei, per arrivare al presente americano, in cui Pin-Jui adulto (Tzi Ma) non riesce a comunicare con la figlia Angela (Christine Ko) e conduce la sua vita in completa solitudine e disamore per il prossimo. Il tempo vorrebbe esser messo in movimento procedendo in avanti e indietro, quasi incastrandosi tra i frammenti di un irrisolto circuito attuale/virtuale (lo specchio in cui si riflette l’abbraccio dei giovani innamorati nella vecchia casa materna). Ma ciò che emerge è, invece, un senso di pietrificazione e immobilità di fatti e personaggi, i quali restano sepolti dietro un velo di opaca aridità che ne impedisce l’identificazione.

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Le persone della vita passata a Taiwan sembrano spinte fuori(campo), rimaste intrappolate nel riflesso dello specchio: era davvero Yuan la donna che il personaggio crede di aver visto in strada al momento della sua partenza? Reale e immaginario, presente e passato sono – potenzialmente – indiscernibili: così, il racconto dei fatti intrecciati alla figura della madre finisce per incanalarsi nel momento attualizzato della sua dipartita; e l’amata Yuan trapassa dal ricordo di un chiaro di luna taiwanese allo schermo di un computer, tutto ciò svolgendosi in rapporto di (solo) sfiorata compresenza temporale e influenza causale reciproca. L’impenetrabilità del protagonista, tuttavia, finisce per trasformarsi presto in imbalsamazione linguistica dell’opera stessa. Il melodramma contemporaneo cinese rimane distante da questo pathos impersonale, raggelato dal mainstream; lo sguardo su corpi e spazi fin troppo impegnato a “confezionare” ricordi piuttosto che a liberare potenze e affetti. Con esigue occasioni, ciò malgrado, di felice intuizione: i rossi sontuosi che presto si convertono negli acidi dei neon delle strade newyorkesi; gli spazi umidi, “organici”, appartenenti alla terra d’origine, perduti di fronte agli automatismi della grande città con le sue abitazioni sterili (una nota di ironia si insinua nella scelta di pranzare nel ristorante cinese di un centro commerciale di New York); grovigli di lingue che scandiscono la perdita definitiva dell’identità (dal mandarino iniziale all’inglese, utilizzato per l’algida comunicazione con Angela). E infine, la musica: prima – nei tempi felici – quasi sempre diegetica, a incarnare il ritmo profondo di cuori vibranti e amori condivisi a suon di soul americano; poi sempre più estranea, estromessa a forza dalla vita matrimoniale intrapresa con la donna sbagliata, extradiegetica non casualmente. Piccole, ma non insignificanti tracce che Yang sparge lungo la sua personale risaia filmica. Svelando, in ultimo, tutto il peso del tempo in un iconico récadrage della memoria familiare.

 

Regia: Alan Yang
Interpreti: Tzi Ma, Christine Ko, Hong-Chi Lee, Yo-Hsing Fang, Joan Chen, Fiona Fu, Zhi-Hao Yang, Cindera Che
Distribuzione: Netflix
Durata: 91′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
2.5 (2 voti)

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