Top Gun 3D, di Tony Scott

Pubblichiamo in versione ridotta il saggio di Sergio Sozzo “DAVANTI ALLA LEGGE STA UN GUARDIANO – La parabola del Maverick in Top Gun come rassegnazione alla macchina”, contenuto originariamente in IL CINEMA DI TONY SCOTT, a cura di Mario Gerosa, edizioni Il Foglio Letterario. Grazie al curatore e all’editore per la disponibilità.

La figura di Maverick è chiaramente un archetipo del cinema americano, l’outsider individualista che si fa beffe delle istituzioni e delle relative convenzioni per rimarcare la sua estraneità ad una esistenza civilizzata a forza: e la sua aura è raddoppiata da un elemento in più – il segreto. Maverick è infatti l’unico ad aver potuto studiare un MiG così tanto da vicino: e allora la macchina (il Tribunale, avrebbe scritto Kafka) si mette in moto per assimilare il figlio indomabile, piegarne la volontà e rieducarne il cipiglio rivoltoso.
A conti fatti, Top Gun è tutto un unico, deciso movimento che porta Maverick dall’iniziale gesto di sfida nei confronti dei superiori – volare talmente radente alla torretta di comando sino a far rovesciare sulla divisa il caffè dell’ufficiale che gli aveva vietato la manovra – alla decisione di restare, nel finale, a reinventarsi come istruttore di volo nella scuola di aviazione dei numeri 1, quella in cui si deve essere “i più bravi di tutti”. E dove, è il caso di ricordarlo, Maverick e Goose vengono ammessi già in partenza come numeri due, riserve del pilota Cougar che preferisce tornare a una vita da civile invece di rischiare la pelle con la paura di lasciare la propria famiglia a cavarsela da sé.
Fattivamente, la rieducazione anche sentimentale che l’amore per l’istruttrice Charlie impone a Maverick, e che quantomeno in partenza fa parte del meccanismo messo in atto per vegliare sul segreto del pilota (Kelly McGillis inizia a corteggiarlo soprattutto perché vuole carpirgli tutta la verità sul fantomatico MiG), finisce per trasformare il destino di Cruise in quello del personaggio Cougar. Ritrovato il senno dopo aver volato ariostescamente quasi sulla Luna (“sei felice solo quando sei lassù e vai al doppio della velocità del suono!”), Maverick farà così anche i conti con l’amletico spettro del Padre, che lo perseguita da sempre: “è come se volassi contro un fantasma”. L’immagine è salva: perdendo ogni guizzo di umana fragilità, il maverick è diventato un iceman.

Il personaggio di Tom Cruise è più volte indicato nel film come “pericoloso” per sé e per gli altri, addirittura “più pericoloso del nemico”; e lo è chiaramente perché la sua incoscienza sta nel non comprendere il codice di combattimento, apertamente violato in più d’uno dei voli di simulazione che i piloti affrontano durante la scuola dei Top Gun. Maverick non riesce mai a instaurare un vero contatto con la tecnologia e le macchine, gli aerei ma anche i simulatori di volo utilizzati per le lezioni in classe, che considerano errate le manovre azzardate e ben poco calcolate del pilota scavezzacollo, quando invece l’intera accademia è stata tirata su per riaddestrare gli aviatori militari USA all’arte della guerra.
Mentre i compagni di corso confessano bisbigliando tra i banchi di stare provando una valkilmer_topgunvera e propria eccitazione sessuale alla descrizione dei modelli di velivolo armato in dotazione ai Top Gun, Maverick continua a finire a un passo dal distruggere il proprio mezzo, e viene puntualmente rimproverato per aver attentato a un aereo “pagato dai contribuenti”, “dal valore di 30 milioni di dollari”. Ancora una volta, il personaggio ha bisogno di un risettaggio, di essere ammansito sino a non poter recare più danno all’industria (il problema dello sperperamento del capitale pubblico per la propria sete di giustizia catastroficamente distruttiva è d’altro canto un cruccio ritornante per gli eroi dinamitardi dell’action della seconda metà degli anni ’80, a cui vengono spesso additati i danni che i vari dipartimenti statali dovranno poi ripagare…).
Ma più della tragica morte dell’amato copilota Goose, a instradare la parabola di Maverick verso l’accettazione della civiltà tecnologica sarà soprattutto, e paradossalmente, l’indagine processuale che ne segue, a conclusione della quale egli viene giudicato del tutto estraneo a qualunque responsabilità riguardante la morte dell’amico, dovuta a un malfunzionamento del motore del velivolo. E’ da questo istante che parte la vera ribellione di Maverick, il quale non riesce di eguagliare l’ombra leggendaria del Padre nemmeno nella dimensione del sacrificio estremo (non la morte ma quantomeno la punizione per la propria condotta negligente e letale per il compare, che gli viene invece praticamente perdonata): di fatto, è con la sentenza che il protagonista comprende quanto sia impossibile illudersi di poter sfuggire alla condanna della macchina, al destino tecnologico che invece i suoi colleghi accettano consapevoli anche della conseguente accezione mortifera (da cui la metafora dell’eccitamento sessuale sopracitata, va da sé).

L’illusione di poter governare la macchina sino a farne un prolungamento del proprio istinto di pilota si trasforma in maniera definitiva nella rassegnazione di essere unicamente una delle pulegge di quella macchina, un componente del motore, un elemento del dispositivo senza alcuna capacità di arbitrio o guizzo decisionale. Ed è allora che Maverick diventa la vera arma superiore, la vera top gun. L’addestramento ha funzionato: il vero segreto da cancellare dalla mente e dalla volontà del pilota è l’idea stessa del sacrifico, che significherebbe una vittoria dell’uomo sulla macchina (il Padre di Maverick andando a morire per i compagni porta giù con sé anche il suo irrecuperabile aereo), non più economicamente tollerabile.
Ma che film fa Tony Scott su queste traiettorie?
Il regista avanza per salti temporali vertiginosi (si passa direttamente dalla 19esima alla 31esima esercitazione di volo, per non parlare dell’abissale cartello “24 ore dopo” che interrompe la festa per il conseguimento del brevetto catapultandoci nella prima “vera” missione del gruppo), e mostra infinitamente più interesse per l’estetica delle riprese di volo (diventate davvero scuola e modello per qualunque esperimento simile da allora in poi) che per gli effettivi destini e sorte delle tensioni narrative: non solo a morire davvero è unicamente il povero Goose, ma non ci rimettono la pelle nemmeno i nemici senza nome e senza volto, caratterizzati da un casco che ne cela etnia e identità che da solo racconta tutta la Guerra Fredda in un’unica icona di politicissimo anonimato, che infatti preferiscono darsela a gambe in quella che nell’ultimo atto del film ci viene invece presentata come una difficilissima battaglia all’ultimo sangue.

Tutto Top Gun è un’unica, immensa simulazione (compreso il corteggiamento tra Maverick e la Charlie di Kelly McGillis, mosso all’inizio da parte di lui per scommessa, e da parte di lei, come abbiamo visto, con l’obiettivo di carpire al pilota il segreto dei MiG): i missili che abbattono gli aerei finiti nel mirino non vengono mai realmente sganciati. Ma questa simulazione è a conti fatti l’anima più profonda del cinema di Tony Scott, e di quello che gli fu il produttore più affezionato e fedele, Jerry Bruckheimer.
Quello è che risulta chiaro in realtà è come Maverick sia il prototipo, ancor più esplicito ed estremo del David Bowie del precedente Miriam si sveglia a mezzanotte, dell’anima profondamente mortifera del cinema di Tony Scott: a tentare di fermare la macchina, non si può che perdere, e perire.
Un hereafter che aleggia pesante su ogni inquadratura, subito ravvisabile dalla celeberrima patina sulle immagini, dal montaggio “disumano”, dall’utilizzo della colonna sonora in maniera spesso dissonante, forse l’innovazione tecnica più interessante dell’intero bagaglio del cineasta.