TORINO 23 – L'universo immaginifico dei "Masters of Horror"

Grande successo per la presentazione dei primi episodi di una serie tv già di culto: un insieme che nell'eterogeneità di stili trova la sua ragione d'essere e rivela come l'autorialità sia la miglior carta per dare forza al genere

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Fra i tanti eventi di una edizione già molto ricca, l'anteprima mondiale di 7 dei 13 episodi che compongono la serie televisiva Masters of Horror è certamente quello più atteso e seguito con entusiasmo da un pubblico variegato e pieno di passione. Presentati in loco da Mick Garris (ideatore del progetto), Joe Dante, Don Coscarelli, John Landis e Dario Argento, i mini film da 60 minuti l'uno danno l'idea di un insieme variegato e immaginifico, che proprio nell'eterogeneità trova la sua ragione d'essere, collegandosi idealmente a prototipi quali Ai confini della realtà, Tales From the Crypt, Oltre i limiti e Storie incredibili. Ma c'è di più: la portata epocale della serie infatti sta nel suo nascere in un momento storico molto particolare: un'epoca di apparente rinascita per il genere, nella quale una generazione di cineasti si isola in dorata libertà per omaggiare l'Horror e compiere una sorta di riflessione sui suoi meccanismi e sul proprio, personale, percorso artistico.

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L'autoreferenzialità e le strizzatine d'occhio rappresentano infatti una delle costanti in Masters of Horror, che per il resto ci permette di porre agevolmente a confronto politiche e stili differenti, salvo tracciare insperati collegamenti tra personalità apparentemente difformi. E' infatti sorprendente notare come sia lo short di Garris che quello di Argento costituiscano una riflessione sul "lato oscuro" del sentimento, un'esplorazione di quel confine attraversato il quale l'amore diventa ossessione e perdizione. Chocolate, infatti, racconta la vicenda di un marito divorziato, Jamie (l'Henry Thomas di E.T.), che entra in repentino quanto inatteso collegamento sensoriale con una donna a lui sconosciuta. L'uomo ne condivide le sensazioni, il tatto, la vista, i sapori e questo diventa per lui l'occasione di aprirsi a percezioni differenti, fino a un tragico finale. Bella l'idea di giocare, sin dal titolo, su sapori e sensazioni forti, ma la regia televisiva di Garris condiziona l'esito, marcando l'episodio come il meno interessante del lotto.

Tutt'altra storia con Dario Argento, che conferma come l'ultima sua produzione sia scevra dagli astrattismi degli esordi e invece risulti molto vicina a un immaginario fisico e carnale. Contrappuntato da esplosioni di violenza molto grafica e sesso, Jenifer è comunque un'opera ottimamente tesa a lavorare sulla coesistenza di opposti: l'eponima ragazza è infatti un'inafferrabile creatura dal corpo sensuale e dal volto sfigurato, indifesa eppure ferina, animata da istinti cannibalici e da desiderio sessuale sfrenato, con il quale domina l'uomo che l'ha salvata da un omicidio. La regia di Argento si pone al servizio della storia, abbandonando il consueto lavoro sul paesaggio (come spesso accade quando il regista non lavora in Italia) per concentrarsi sul rapporto fra i due attori, osservato con empatia e capace perciò di lavorare su sensazioni primarie: orrore/repulsione, fascinazione/desiderio.


Chi decide invece di affrontare direttamente il genere è il sommo John Carpenter (sfortunatamente assente dal capoluogo torinese), il quale costruisce un puro e divertito esercizio di paura con Cigarette Burns, incentrato sulla ricerca di un film maledetto, "La fin absolute du monde". Variazione sul tema de Il seme della follia, ma anche omaggio al potere totalizzante del cinema come strumento in grado di cambiare la percezione della realtà, l'episodio è visivamente molto curato (probabilmente il migliore della serie da questo punto di vista) e genuinamente inquietante, e conferma Carpenter come regista ossessionato dalla messinscena dell'Apocalisse.

Anche Joe Dante crede nel potere del cinema, tanto da delegare al suo episodio Homecoming (applauditissimo al festival) il compito di tracciare un durissimo (ancorché molto ironico) atto d'accusa all'amministrazione americana sotto forma di divertito zombie-movie. Alla vigilia delle elezioni, infatti, i caduti della guerra in Iraq escono dalle tombe per esprimere il loro dissenso contro un conflitto costruito sulla menzogna da una classe politica opportunista. Nonostante l'indiscussa radicalità politica dell'episodio (vedere le bare avvolte dalle bandiere a stelle e strisce vomitare i cadaveri in cerca di vendetta è un'esperienza shock) il lavoro di Dante ragiona a perfezione sul rimosso come vile soluzione per un'America che non ha mai imparato a scendere a patti con i propri errori, a livello sia personale che pubblico. E' il classico "ignore the problem" contro il quale puntava il dito già George A. Romero e per questo Homecoming è, insieme a La terra dei morti viventi l'esempio più puro di cinema libero e indispensabile che si sia visto in questo inizio millennio.


I temi degli zombies e dell'esplorazione dei legami affettivi sono al centro anche di Dance of the Dead, l'episodio che sancisce definitivamente la rinascita artistica di Tobe Hooper: girato con vigorosa energia, in un caleidoscopio di colori e sovrapposizioni visive che annullano la percezione dello spazio, il film è un trip visivo degno degli ultimi esperimenti del genere (alcuni rimandi sono per La casa dei 1000 corpi), forte  di credenziali davvero eccellenti: soggetto di Richard Matheson, sceneggiatura del di lui figlio Richard Christian e cameo di Robert Englund. Il tutto per raccontare una folle vicenda ambientata in una non precisata città post-apocalittica, dove i cadaveri dei contaminati vengono utilizzati come danzatori per folle assetate di sensazionalismo. L'assunto politico è evidente, ma ancora più interessate è il fatto che Hooper pieghi il tutto a una visione profondamente autoriale, dove è la famiglia a costituire, in barba ai propri sbandierati principi di resistenza al caos, il nucleo primario di quelle incomprensioni che hanno prodotto la devastazione.

L'influenza reciproca che connota il lavoro dei vari registi giunge poi a un particolare livello di trasparenza con Incident On and Off a Mountain Road di Don Coscarelli. Nel narrare la disavventura di una donna alle prese con un mostro abitatore della foresta, il regista di Phantasm lascia infatti che il suo cinema assorba umori e sapori tipici delle storie di Tobe Hooper: corpi mummificati, una personificazione del Male che sembra assorbire in sé il peso di un mondo decomposto e ormai corrotto, e una feroce critica ai rapporti uomo-donna come inevitabile sfogo di una violenza bestiale tipica dell'animo umano e perciò destinata a trasformare l'amore in odio connotano perciò la storia. Come già nel precedente (e scandalosamente inedito in Italia) Bubba Ho-Tep (2002), Coscarelli attinge da un'opera del grande scrittore texano Joe R. Lansdale (pubblicata nel nostro paese da Fanucci nella raccolta "Maneggiare con cura") e dimostra ottimo talento visivo e uso della suspence, regalando anche una piccola parte al suo attore feticcio Angus Scrimm.


A chiudere le danze è infine John Landis, con Deer Woman, scritto insieme al giovanissimo figlio Max e che segna un ritorno dell'autore ai tempi comici della serie televisiva Dream On, dalla quale proviene anche l'interprete principale Brian Benben. In realtà sarebbe più corretto affermare che Landis riscrive il suo Un lupo mannaro americano a Londra (citato nei dialoghi) alla luce della tempistica di Dream On, confezionando una divertentissima thriller-comedy basata su un mito nordamericano, quello della donna-cervo seduttrice e assassina di uomini.


In definitiva una serie qualitativamente eccellente, della quale aspettiamo con ansia di vedere i rimanenti episodi, sperando che l'annunciata distribuzione italiana a cura della Sharada sappia valorizzare al meglio un prodotto in grado di dimostrare la vitalità del genere e dei suoi reali maestri.

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