TORINO 30 – "Kebun Binatang – Postcards From the Zoo", di Edwin (TorinoFilmLab)

La traduzione italiana del titolo potrebbe essere “cartoline da uno zoo”. E in fondo è letteralmente questo che il giovane regista Edwin si propone fare: smagliare il tessuto filmico e renderlo frammentato e poroso come il cuore di una affettuosa "cartolina", in un imponderabile ferino che solo l’inquadrare il mondo animale permette. L’esile filo narrativo invece è la storia di Lana, una ragazza abbandonata dai genitori in uno zoo quando aveva 3 anni, da allora accudita dai custodi e coccolata dagli animali. Ma quando arriva l’amore di un fantomatico cowboy prestigiatore sarà il momento di scontrarsi con la civilizzazione, il mondo fuori, le inquietanti derive sociali e sessuali che segnano una crescita.

Kebun Binatang è l’interessante fusione di due punti di vista, quello umano e quello animale: entrambi gli universi in maniera intercambiabile osservati e osservanti, posti in “cattività” perché confinati nello spazio dato dello zoo (costruito soprattutto per l’osservazione), con la macchina da presa di Edwin che si sofferma su piccoli gesti, sull’importanza di un dettaglio, sui resti di ogni esperienza che non è mai data per finita. E il profondo fascino del film sta tutto in questo soffermarsi pazientemente sull’intima nobiltà e dignità degli animali, contrapposta al superficiale caos multicolore degli uomini. Lana condivide l’anima dell’unica giraffa “indonesiana”, condivide la sua nobile e statuaria solitudine, comprende a fondo il suo esistere e il suo guardare sempre oltre le mura.

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Il giovane regista, che a volte eccede in estetismi, riesce comunque a creare uno stato quasi ipnotico nello spettatore perso in un regno di sguardi e suoni antichi ma presentissimi. La contrapposizione con la banalità dell’umano segna forse l’aspetto meno riuscito di un'opera che riesce comunque a strappare momenti di purezza quasi miracolosi nel panorama odierno dell'immagine: un approccio che se da un lato può ricordare le sperimetazioni di Apichatpong Weerasethakul, dall'altro segna la nascita un personalissimo occhio registico.