#TS+FF2019 – Neon: After Midnight, Extra Ordinary, Iron Sky 2, Bullets of Justice

Quattro opere della selezione di Trieste e tutti i premi assegnati. In una commistione di generi e stili diversi quanto “folli”, spicca “Extra Ordinary”, trionfatore quasi assoluto della rassegna

La selezione ufficiale del Trieste Science+Fiction Festival intende presentare, in anteprima, il meglio dei lungometraggi di genere fantascienza, horror e fantasy. Neon, il concorso i cui vincitori sono stati annunciati nella cerimonia conclusiva di ieri sera (e che potete trovare, nella loro totalità, in fondo), consiste in due principali categorie: il Premio Asteroide (la cui giuria è presieduta da Brian Yuzna) per cui competono le opere prime, seconde o terze di autori emergenti; il Premio Méliès d’argent, che invece include i film europei di genere fantastico. Una selezione ricca, interessante, indubbiamente originale e coraggiosa, che in una commistione di stili e generi, come anticipato, vede come unico comune denominatore proprio la presenza di una sana dose di follia. Qui di seguito alcuni dei film da noi visionati, tra cui il vincitore assoluto Extra Ordinary, raggruppati secondo quest’ultimo parametro, ed elencati in “ordine crescente”.

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After Midnight, di Jeremy Gardner e Christian Stella

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RIFF AWARDS 2020

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After Midnight è stato presentato nell’Asteroide Competition, in anteprima italiana, e si è aggiudicato il Premio RAI4. La pellicola tratta della la storia d’amore, inizialmente idilliaca, tra Abby e Hank, quest’ultimo proprietario di un bar in un piccolo paese. Una relazione che col tempo alla ragazza comincia a stare stretto, aspirando a un matrimonio a cui Hank, però, non sembra essere ancora interessato. Per questo lei lo lascia, senza nemmeno un biglietto e senza farsi più sentire. Hank è devastato e, peggio ancora, la scomparsa dell’amata sembra aver innescato l’arrivo di un mostro invisibile, che raspa alla sua porta, con i propri artigli, durante la notte. Mentre la minaccia notturna diventa sempre più pressante, Hank deve capire non solo come salvare la sua relazione, ma anche se stesso.

After Midnight si distingue subito, confermando poi nel corso della visione tutte le buone impressioni avute, per una messa in scena mirabile e ben ragionata, specie in confronto alla sua dinamica quanto versatile evoluzione. Jeremy Gardner e Christian Stella sfoggiano quindi tutta la propria sensibilità artistica e tecnica, che va una perfetta cura del montaggio sonoro ad una fotografia sempre funzionale al contenuto che la storia vuole raccontare, come nel caso di tutta la prima parte in cui Abby compare nei ricordi di Hank, sempre investita di questa luce a dir poco “divina”, a rappresentare proprio l’idealizzazione che personalmente il protagonista nutre della sua figura.
Ma più il film va avanti, più evolve, parte con le sembianze di una commedia romantica, diventa ad un certo punto un thriller soprannaturale, per ritornare poi sui binari “amorosi”, ma stavolta in veste più concreta e drammatica. I due registi si mettono così al completo servizio dei propri personaggi, senza pensare a seguire alcuna coerenza formale, ma prendendosi i propri tempi di volta in volta, fino a sfociare in un lunghissimo take di dialogo tra Abby e Hank, tra i più clamorosi e appassionanti mai realizzati dai tempi di Richard Linklater e la trilogia Before (riferimento che forse, visto il titolo, sorge non a caso). After Midnightallora, usa il genere in maniera allegorica e inedita, con al centro proprio lo scontro tra fantasia e realtàrappresentazione “cinematografica” del perenne conflitto interno dei rapporti di coppia, ossia quello tra aspettative e compromessi. Lo fa attraverso la minaccia di un “mostro invisibile” che in fondo può aver tormentato, almeno una volta nella vita, ognuno di noi.

Extra Ordinary, di Mike Ahern e Enda Loughman

La protagonista di Extra Ordinary, divertente ghost comedy presentata in anteprima italiana  per il Méliès d’argent, è Rose, dolce e solitaria istruttrice di guida Irlanda, dotata di poteri soprannaturali (che lei chiama talenti) che le consentono di comunicare con gli spiriti. Un dono ereditato dal padre Vincent, la cui scomparsa continua segretamente a piangere ancora oggi. Non a caso, Rose ha un rapporto di amore/odio con i suoi “talenti” e cerca di ignorare le costanti richieste dei vicini a proposito di spiriti e fantasmi. Ma quando Christian Winter, una meteora del rock in declino, fa un patto col demonio per tornare alla ribalta e getta un incantesimo su una ragazza del posto, il padre di lei, Martin Martin, le chiede un aiuto che lei non riesce proprio a rifiutare.
Il film di Mike Ahern e Enda Loughman è sicuramente tra i più completi, riusciti ed inquadrati della selezione. E infatti non ci stupiamo del successo avuto nella rassegna, con un vero e proprio plebiscito nella premiazione. Mettendo d’accordo davvero tutti (giuria, critica e pubblico) la pellicola si è infatti vista aggiudicare ben 4 riconoscimenti, con il regista presente (Mike Ahern) in modalità James Cameron la notte degli 11 Oscar di Titanic, tante le volte in cui è stato richiamato sul palco.

Tutti gli elementi che formano il gustosissimo Extra Ordinary sono messi in scena per far ridere, riuscendoci senz’alcuna vera sosta, seguendo tempi comici ed intuizioni narrative (come le “regole” del dono di Rose, più che funzionali ad ogni passaggio della trama) pressoché perfetti. A dimostrazione di assoluta bravura e consapevolezza dei propri mezzi, poi, una caratterizzazione dei protagonisti immediata quanto precisa, costruita attraverso i più piccoli dettagli; dulcis in fundo, uno sferzante black humor che, come nelle sue migliori forme, vede anche celarsi dietro la “cattiva risata” un recondito disagio esistenziale.
Extra Ordinary (rigorosamente “staccato”) è infatti un film sul senso della famiglia, sul superamento di un lutto, in generale sulla paura della morte, ridicolizzata proprio per questo continuamente. Ma è anche una storia sulla dicotomia tra bramosia e umiltà: da una parte, infatti, c’è Rose, che vede il proprio talento come una condanna, sognando solo di avere una vita normale e trovando nel mite e “ordinario” Martin il compagno che ha sempre desiderato; dall’altra il villain Christian Winter (Will Forte, solita sicurezza), che invece di talento è completamente sprovvisto ma è terrorizzato dall’anonimato, ignorando tra l’altro la fortuna che già possiede, come la compagna che asseconda ogni sua pazzia (un’altrettanto irresistibile Claudia O’Doherty). Infine, come ogni ghost story che si rispetti, è un film sull'”andare avanti”, sul superare i propri limiti e insicurezze, e non a caso più il film si avvia alla conclusione, più questa “liberazione” colpisce tutti i livelli della rappresentazione, chiudendosi in un crescendo micidiale (tra sviluppi prevedibili e altri, al contrario, del tutto incredibili) e assolutamente meraviglioso, specie in questo senso.

Iron Sky: The Coming Race, di Timo Vuorensola

Sequel del primo Iron SkyThe Coming Race, presentato in anteprima italiana per il premio Asteroide, è ambientato 30 anni dopo. La Terra è stata devastata da una guerra nucleare e i pochi sopravvissuti si sono rifugiati sul “lato oscuro della Luna”. Il lento declino della razza umana è interrotto dall’arrivo di un’ultima nave di rifugiati, che porta con sé un inaspettato barlume di speranza: nascosto nelle profondità della Terra Cava giace un potere che potrebbe salvare l’umanità, oppure distruggerla una volta per tutte.

Timo Vuorensola, coerentemente al primo episodio, mette in piedi l’ennesimo b-movie sopra le righe travestito da blockbuster, che pensa più a divertirsi che a divertire davvero lo spettatore (riuscendoci comunque, una volta entrati in sintonia con questo spirito, almeno). Una folle avventura alla Indiana Jones caratterizzata da battute fatte, personaggi volutamente stereotipati, che procede per piccole quest interne seguendo lo schema di un videogame e in cui la trama è naturalmente solo un pretesto. Tutto in Iron Sky: The Coming Race è mirato allora ad un preciso target, infarcito com’è di cultura “nerd”, tra citazioni cinematografiche ed informatiche (come il culto religioso per Steve Jobs e la Apple, con tanto di terminologia appropriata); fino alla messa in scena di meme e celebri teorie cospiratorie della rete, come la citata terra cava, il sacro Graal, culminando nei rettiliani (i Vril) che, fin dall’alba dei tempi, non solo hanno creato l’uomo ma ne hanno condizionato l’intera esistenza.
In questa totale riscrittura della storia del mondo, di fatto Vuorensola solleva l’essere umano di ogni responsabilità, rappresentandolo in funzione di spettatore passivo, come può essere nell’immaginario comune il fruitore medio di simili prodotti, come se appunto fosse un film “irresponsabile” per “irresponsabili”. Questo naturalmente solo all’apparenza, perché in tutta la seconda parte, attraverso le azioni degli “umani”, di Obi e di tutti i suoi compagni protagonisti, si può leggere il forte desiderio interiore dell'”utente” razionale che in un mondo di matti vuole comunque salvarli tutti, riappropriandosi in questo modo del destino umanità, con tanto di colpe annesse.

Bullets of Justice, di Valeri Milev

Presentato in anteprima italiana, per il Méliès d’argent, il film interpretato, scritto e diretto da Valeri Milev immagina un mondo distopico post-Terza Guerra Mondiale, in cui il governo americano ha avviato un progetto segreto (nome in codice “Army Bacon”), per creare dei super-soldati, incrociando geneticamente esseri umani e maiali. 25 anni dopo, questa razza chiamata “Muzzels”, occupa la cima della catena alimentare, cibandosi degli uomini e allevandoli in fattoria come animali. Row Justice è un ex cacciatore di taglie, che lavora per l’ultima linea di difesa della resistenza umana, un gruppo di sopravvissuti nascosti in un bunker nucleare sottoterra: la sua missione è quella di scoprire come sono arrivati al potere i Muzzles e distruggerli.  

Bullets of Justice è indubbiamente il film più estremo della selezione. Se Iron Sky è un b-movie travestito da film ad alto budget, seguendone, per quanto solo in superficie, le tradizionali regole narrative, Valeri Milev costruisce il suo film tradendole tutte. Se lì la trama era un pretesto, qui praticamente non esiste (o almeno così sembra). Presentandosi come un incrocio tra il futuro distopico crudo, desertico e “punk” di Mad Max e la parodia di genere alla Una Pallottola Spuntata, in realtà si rivela ben presto il più distante possibile da qualsiasi possibile riferimento. Bastano anche solo i cinque minuti iniziali, impreziositi dall’inspiegabile quanto clamorosa presenza di Danny Trejo, la cui alta incidenza non a caso aleggerà per l’intera parte restante del film, a dimostrare tutta la furbizia e consapevolezza di Milev.
Sì, perché Bullets of Justice, con i suoi errori grossolani, i suoi tempi scenici sbagliati, i suoi stacchi di montaggio insensati e le sue inquadrature completamente irregolari, non è naturalmente neanche The Room. Se ce ne fosse bisogno, lo si intuisce da come Milev si sofferma su quegli errori e soprattutto da quante volte li ripete. Tutto è infatti all’insegna dell’assurdo e dell’orrido, dalla fotografia sporca alla volgarità delle scene, eppure è al tempo stesso un “cattivo gusto” assolutamente ricercato. Ecco, aprendo alla possibilità che ci sia un significato dietro tutta questa bizzarra operazione, lo si potrebbe individuare in questa continua ossessione del regista/protagonista per il “bello”, in questa ostentazione di corpi nudi e attraenti inseriti in un mondo violento, privo di leggi, dominato da esseri repellenti; come se, quindi, si volesse trasmettere il messaggio che si può trovare il bello anche nella “bruttezza”, che sia in una persona, in un mondo o, appunto, in un film. Ma, come detto, questo solo se un significato, a tutti i costi, lo si vuol davvero trovare.

Di seguito tutti i premi assegnati nella cerimonia di premiazione:

Vincitore Premio Asteroide TS+FF2019
“Aniara” di Pella Kågerman, Hugo Lilja (Svezia, 2018)

Vincitore Premio Méliès d’argent – Lungometraggi TS+FF2019
“Extra Ordinary” di Mike Ahern, Enda Loughman (Irlanda, Belgio, 2019)

Vincitore Premio Méliès d’argent – Cortometraggi TS+FF2019
“This Time Away” di Magali Barbé (UK, 2019)

Vincitore Premio Rai4 TS+FF2019
Assegnato da Rai 4, media partner di del Festival, al miglior film della selezione ufficiale Neon.
“After Midnight” di Jeremy Gardner, Christian Stella (Usa, 2019)

Vincitore Stars’ War – Premio della Critica Web TS+FF2019
Decretano la miglior opera prima dell’edizione 2019 del Festival nove testate online presenti al Festival: BadTaste, Blow Out, Cineblog, CineClandestino, CineLapsus, Cinematographe, Quinlan, Sentieri Selvaggi e Taxi Drivers.
“Extra Ordinary” di Mike Ahern, Enda Loughman (Irlanda, Belgio, 2019)

Vincitore Premio Nocturno Nuove Visioni TS+FF2019
Riconoscimento assegnato ad un’opera significativa e originale per l’evoluzione del cinema di genere da Nocturno, la principale rivista italiana dedicata al cinema di genere.
“Extra Ordinary” di Mike Ahern, Enda Loughman (Irlanda, Belgio, 2019)

Vincitore Premio CineLab Spazio Corto TS+FF2019
Premio organizzato in collaborazione con il DAMS (Discipline delle arti della musica e dello spettacolo), Corso di studi interateneo Università degli Studi di Udine e Università degli Studi di Trieste, riservato al miglior cortometraggio italiano presentato nella sezione Spazio Italia | Spazio Corto, e assegnato da una giuria composta da studenti.
“N” di Iacopo Di Girolamo (Italia, UK, 2019)

Vincitore Premio del pubblico TS+FF2019
Il concorso è riservato ai lungometraggi di finzione presenti in tutte le sezioni, esclusi i classici, ed è assegnato al film che riceve il maggior numero di voti dal pubblico in sala.
“Extra Ordinary” di Mike Ahern, Enda Loughman (Irlanda, Belgio, 2019)

Vincitore Premio Asteroide alla Carriera TS+FF2019
Phil Tippett, due volte premio Oscar, maestro degli effetti speciali per Jurassic Park e Il ritorno dello Jedi.

 

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #7