Un petit frère, di Léonor Serraille

Léonor Serraill racconta il senso di frustrazione, i sogni e i talenti irrealizzati, le incomprensioni, lo sfiorire della bellezza in due decenni di una famiglia ivoriana. In concorso a Cannes75

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La depressione è una malattia da bianchi. È quel che dice Rose al figlio Ernest, silenzioso e malinconico. Ed è il suo modo di spronarlo e incoraggiarlo. Ma, a dire il vero, lei non è mai stata immune da questi problemi dell’anima. Anzi. Ha sempre mostrato un’inquietudine profonda, tradotta nel disperato bisogno di trovare il proprio centro negli altri. Un senso, una stabilità emotiva e materiale nelle relazioni con gli uomini, ogni volta, inevitabilmente, fallimentari. Il vicolo cieco dell’insoddisfazione. Anche lei, dunque, ha tutti i sintomi di una “malattia da bianchi”.
Ecco, Léonor Serraille segue due decenni di una famiglia ivoriana, madre e due figli, in Francia dalla fine degli anni ’80. Dividendo il racconto in tre capitoli, uno per ciascuno dei protagonisti. La madre Rose, il fratello maggiore Jean e il petit frère Ernest, che, come suggerisce il titolo, oltre a essere la voce narrante che rievoca gli accadimenti, è anche la coscienza più profonda del film. In partenza, c’erano tutti gli elementi per un altro racconto sulle difficoltà dell’integrazione e sull’esplosività sociale della periferia di Parigi. Ma, invece, no. Serraille sceglie di mettere tra parentesi la questione “razziale”, non dandole un rilievo essenziale sui fatti. Se non in qualche scena isolata, che lascia affiorare all’improvviso l’urgenza dei problemi. Come quando Ernest viene fermato, senza documenti, dalla polizia. Per il resto, le differenze sembrano quasi annullate nell’aperta libertà dei sentimenti, degli incontri e degli amori. Così come diventa sfocata la dimensione storica e sociale, per lasciare spazio ai legami tra i protagonisti e alle sfumature sottili della loro realtà interiore.

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È così che Léonor Serraille racconta il senso di frustrazione, i sogni e i talenti irrealizzati, le incomprensioni, lo sfiorire della bellezza, i genitori che non rispondono ai bisogni dei figli e i figli che mancano le aspettative di genitori. Rose è, chiaramente, il cuore del film. In cui si incarna quella tensione permanente tra il passato e il futuro, la nostalgia della casa lontana e l’ansia spasmodica del successo e della realizzazione. Da trasmettere ai figli, quasi come fosse un dovere di riscatto storico e politico. “Non dovete piangere mai”… E, così, il punto nevralgico è in questo continuo mancare del presente. Dramma esistenziale centrato a pieno dal brano di Pascal letto da Ernest, il professore: “così non viviamo mai, ma speriamo di vivere…”
Già, perché le tracce letterarie, romanzesche e filosofiche, sembrano sorreggere la struttura. Pascal appunto, ma soprattutto un tocco flaubertiano, da Madame Bovary (Rose) a L’educazione sentimentale (Jean, la grande promessa non mantenuta). E, del resto, proprio un romanzo di Flaubert inizia Ernest alla scrittura, durante una vacanza in campagna, a casa di amici. Eppure tutti gli influssi non diventano mai inutile zavorra. Perché Léonor Serraille ha la capacità di tratteggiare un umore, un sentimento, con tocchi rapidissimi. Un po’ come Une vie di Brizé, sceglie di muoversi lungo un’orbita seminascosta, tra continue, decisive ellissi. E fa emergere il senso dai vuoti e dai silenzi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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Le Arene estive di Cinema a Roma

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