VENEZIA 65 – "Perfect Life" di Emily Tang (Orizzonti)

Perfect LifeIl secondo lungometraggio della regista cinese si colloca con naturalezza nella scia di Jia Zhang-ke (qui nelle vesti di produttore), per la sua ostinazione nel ricercare il cuore profondo di vite e sentimenti in un mondo in perenne trasformazione, in un confine ambiguo in cui la realtà sfuma sempre nelle terre della finzione o, al contrario, vi apre squarci vertiginosi, crepe nel muro

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Perfect LifeC’è forse qualcosa da raccontare che non sia già scritto nella cose, incarnato nei luoghi, nei volti, negli oggetti? E’ come se, in un certo modo, la vita contenesse già in sé tutte le storie possibili. Distinguere tra realtà e finzione non ha più senso, perché fanno parte di una stessa anima. Sette anni dopo Dongci BIanwei (Congiunzione), premiato a Locarno, la cinese Emily Tang torna alla regia di un lungometraggio con Wanmei Shenhuo, primo dei film a sorpresa di questa edizione veneziana. Tra i produttori figura Jia Zhang-ke e il cinema della Tang sembra collocarsi con una naturalezza e una consonanza sorprendenti  nella scia del regista di Still Life, per la sua ostinazione nel ricercare il cuore profondo di vite e sentimenti in un mondo in perenne trasformazione, un confine ambiguo in cui la realtà sfuma sempre nelle terre della finzione o, al contrario, vi apre squarci vertiginosi, crepe nel muro.

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Li è una ragazza di ventuno anni, costretta a dare un senso alla sua vita. Il padre è sparito, la madre porta in casa i suoi amanti, il fratello è un ragazzino cialtrone. Incontra un uomo misterioso, un mercante d’arte “zoppo”, che le fa la corte e le propone di aiutarlo a trasportare un quadro a Shenzen, grande città industriale nei pressi di Hong Kong. Jenny è una donna non più giovane, con un passato da entraîneuse nei locali, un divorzio da affrontare e due figlie da mantenere. Due storie di donne che viaggiano parallele sino a incontrarsi per un solo, breve istante, il tempo di una semplice domanda e una risposta. Ma soprattutto una storia inventata e una reale, documentaria, che si toccano e si abbracciano per tracciare il quadro di una Cina marginale, nonostante gli onnipresenti segni di uno sviluppo inarrestabile. Forse non c’è la naturalezza del tocco di Jia Zhang-ke, ma la Tang riesce, comunque, a rendere il senso di un circo di spettacoli di second’ordine, confusione, sporcizia, stanze umide e lerce, mercatini di scarsa qualità. Questo mondo perfetto non riesce a nascondere i suoi scarti e lascia in giro le sue macerie, ridisegna i destini delle sue vittime, ma, come per miracolo, riesce anche a nutrirne gli incubi e i sogni. Le metropoli, Hong Kong, Shenzen, sembrano un’immensa provincia, una distesa anonima dove ogni luogo è la propaggine di una periferia tentacolare. Apparentemente, non c’è posto per il cuore, continuamente respinto  ai lati, costretto a nascondersi nella solitudine o a rivelarsi nei brevi istanti di condivisione. Ma in un Paese di un miliardo e mezzo di persone come è possibile sentirsi soli? Forse è questa la domanda fondamentale che Li ci rivolge, mettendosi in posa, con quel suo sguardo perduto che sembra sfidare l’indifferenza dei nostri occhi.

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