VENEZIA 66 – Il gusto (doloroso) della vita: "Persecution", di Patrice Chèreau (Concorso)

Persécution di Patriche Chereau

"Parliamo col cuore in mano e andrà tutto bene", esclama a un certo punto Sonia (Charlotte Gainsbourg) al suo ragazzo Daniel (Romain Duris), tormentato dal desiderio, dalla sfiducia, dalla rabbia verso un mondo che sembra fatto solo di persone che chiedono aiuto. Ecco un cinema che fa del dolore, o meglio per dirla con le parole di Chereau, della "dimenticanza del dolore dell'altro", il cuore vitale della storia. Chi è l'altro, cosa vuole da me? E cosa voglio io da questa persona? Che cosa sono questi disperati, dolci necessari impossibili legami che ci tengono stretti, come abbracci vitali e soffocanti al contempo, agli altri?

Daniel è perennemente arrabbiato, imbronciato, eppure è pronto ad aiutare gli altri, amici con vite disperate, vecchie signore che vivono in ospizio. Lavora, libero negli orari, nei cantieri dove, a volte, sembra anche viverci. E osserva il mondo, con curiosità attenzione affetto: eccolo che vuole parlare con la ragazza paffuta cui la barbona ha rifilato uno schiaffo rabbioso in metrò, eccolo cercare di aiutare un motociclista dopo un incidente, forse mortale, eccolo al bar con gli amici raccontare le storie della vita, del suo amico Michel, e osservare l’amicizia che fatica ad iniziare tra la sua ragazza e il suo amico Thomas. Osserva la vita, Daniel.  Nel tentativo dissennato di afferrarne un senso, un percorso possibile, come una logica del desiderio. Ma c’è qualcuno che fa lo stesso con lui, anzi con più ostinata determinazione. E’ “il pazzo” (Jeam Hughes Anglade), che lo segue, si piazza nell’appartamento di fronte, si intrufola dentro la casa/cantiere, nel suo letto, cerca di entrare con il suo amore folle nella vita di Daniel. Che lo respinge, prima con il distacco, l’indifferenza, poi con la rabbia, persino la violenza. Eppure l’uomo sta solo chiedendo, esplicitamente e drammaticamente, quello che Daniel non ha la forza e il coraggio di chiedere a Sonia: la condivisione di spazi di vita. No. Non puo’ funzionare. Sta nella distanza, nelle vite parallele la forza della loro relazione. O forse è solo una paura, di chiedere troppo all’altro, a se stessi.

Sfiora le nostre vite, con la delicatezza di sguardo come una lama dentro il cuore, il film di Chereau, incuneandosi dentro il malessere di un personaggio a tratti insopportabile, che sembra non capire l’amore degli altri e si dispera per i suoi sentimenti, in una sorta di egoismo amoroso, testardo e sublime, che gli impedisce di vivere fino in fondo, con armonia e serenità, le relazioni con gli altri umani. Chereau definisce Persecution “un film sulla decisione di preferire di essere infelice”, ma ci traccia con un coraggio, quasi “pornografico”, le geografie dei sentimenti di questi tempi, dove i corpi e i cuori sembrano perennemente distaccati, e l’afasia non frena più le parole, ma le emozioni. Tragico e malinconico, Chereau sa mostrare come pochi l’istante della separazione, quando la distanza prende il posto del legame. Quel momento che tutti vorremmo dimenticare, ma che non ci abbandonerà mai più.