VENEZIA 68 – “P-047”, di Kongdej Jaturanrasmee (Orizzonti)

P-047Due giovani occupano appartamenti non loro, senza rubacchiare più di tanto ma, piuttosto, per assaggiare la vita degli effettivi inquilini. Ovviamente, ci si sovviene subito di Ferro 3, ma la quieta, geometrica pulizia delle linee dell'inquadratura fa venire in mente piuttosto Apichatpong Weerasethakul (tailandese come Jaturanrasmee). Man mano che si dipana un fascinoso gioco di divergenze e identificazioni speculari tra i due protagonisti (a seguito di un incidente durante una delle intrusioni, Hong scompare e Lek dapprima “diventa” letteralmente il compagno, per poi ingaggiare un sottile ma vieppiù intricato andirivieni tra i due lati di quello specchio come di tutti i numerosi “specchi” che circondano la loro coppia), è Tropical Malady a imporsi all'analogia. Tuttavia, quando il gioco malinconico di Lek (che tenta di colmare l'assenza dell'amico penetrando a casa sua, perlustrando quelli che potrebbero essere gli ultimi suoi luoghi e quant'altro) si volge verso una narrativizzazione della sua mancanza destinata a girare infinitamente e struggentemente a vuoto (Lek è perseguitato da leggende che ricordano la loro storia, la quale poi lui stesso riadatta con l'immaginazione in un fantomatico “Lek la spia” pensato per il grande schermo) è la volta di Mysterious object at noon.
Per sua fortuna, P-047 non è nulla di tutto questo. Se a Jaturanrasmee piace visibilmente flirtare con questi modelli, il gioco di specchi che ingaggia con queste opere è integralmente finalizzato a dare forma alla propria inalienabile peculiarità. Proprio come Lek, pronto a identificarsi specularmente non solo con Kong, ma anche in maniera indiretta, con la donna desiderata da Kong, con gli spezzoni di vecchie pellicole melodrammatiche tailandesi, con la storia d'amore tra sconosciuti via Skype in cui Kong si era, una volta, inopinatamente intromesso…
La peculiarità che P-047 scava per sé dentro sentieri già battuti consiste innanzitutto nel decisivo rapporto con lo spazio. Fin dalla prima scena, è del tutto evidente l'asse su cui appoggerà l'intera opera: l'incommensurabilità dello spazio rispetto alla figura umana, l'impossibilità di abitarlo davvero e senza residui. Non c'è praticamente inquadratura che non persegua un apollineo, arioso equilibrio omeostatico delle linee al proprio interno; da questa perfezione esce un senso di vuoto incolmabile, inattaccabile nonostante le interazioni dei personaggi con l'ambiente tutto intorno. Tutta questa maestà grafica del vuoto appare, per così dire, sempre un passo più avanti di ogni tentativo di Lek di esorcizzare la mancanza (narrativizzandola, installandosi nei luoghi che un tempo ospitarono una presenza etc.), così come di ogni liberissimo e imprevedibile scorrazzare del racconto tra passato e presente. Per cui, a ogni tentativo non può che seguire un altro tentativo, e nell'ultimissima scena ci si accorge con stupore che a dispetto di tutto questo affannarsi “tantalico” non ci si è mossi di un passo, che si è ancora dentro l'evocazione trasognata dell'inattingibile oggetto del desiderio mostrata (meglio: allusa) dalle primissime immagini del film.
Questa imprendibilità dello spazio, immune e insensibile al “mulinare” di segni che si combinano in modo sempre più fitto (quel disco è quello che Hong prese nella tal casa… quella macchia sul pavimento l'abbiamo già vista nel tal altro appartamento…), la rarefazione delle atmosfere che ne risultano, il ritmo dolcemente rilassato, le felicissime intuizioni figurative che impreziosiscono il tutto (come la bellissima, affannosa corsa del protagonista nella foresta), fanno di P-047 un piccolo gioiello di serena ma dolente malinconia.