VENEZIA 68 – "Wuthering Heights", di Andrea Arnold (Concorso)

 

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Wuthering HeightsVuole essere senza respiro questo adattamento di Cime tempestose di Emily Brontë. Con la macchina da presa attaccata addosso ai personaggi, a far uscire e insieme nascondere i volti nella penombra, a catturare pulsioni erotiche con piani ravvicinatissimi sul collo e su un cavallo. Se questo sguardo era essenziale, pienamente aderente in Fish Tank, il bel film precedente della cineasta inglese Andrea Arnold che ha vinto il Premio della regia a Cannes nel 2009 ex-aequo con Thirst di Park Chan-wook, qui invece risulta totalmente stonato. Non si chiedeva certamente un'altra rilettura tradizionale, classica, di questo romanzo, ma l'estensione dell'amore dopo la morte ben evidente nella versione di Wyler del 1939 con Laurence Olivier e Merle Oberon (col titolo La voce nella tempesta) o la passionalità divorante quasi da melodramma di Fernandez del Buñuel del periodo messicano nella sua versione del 1953 qui sono fuori-gioco.

La Arnold si fa sommergere dagli elementi paesaggistici, nello spazio che è la distanza tra le due abitazionei in cui si articola attraverso il tempo la tormentata storia d'amore tra Heatcliff (per la prima volta di colore sullo schermo) e Catherine, con sensibili fratture temporali. Lo spazio non è elemento condizionante ma inutilmente contemplativo, quasi un inno lirico alla natura con presenza di animali, rumori del vento e della pioggia per distaccarsi da una storia di violenza e di esclusione, per mettere a nudo un istinto selvaggio che prende forma saltuariamente con i due protagonisti distesi nel fango o nel dettaglio in cui lei lecca le sue ferite sulla schiena dopo che il ragazzo è stato frustato. Rispetto al passato però attraverso questo stile così sporco, dove nella rabbia implosa sembra tornare idealmente alla sua opera precedente e inquadra la stalla dove viene rinchiuso Heatcliff come se fosse un vicolo di un quartiere degradato di Londra, la cineasta si autoammira, si guarda mentre gira e addirittura cerca un contatto fisico con la terra guardando, quasi riproducendo (in)volontariamente il cinema di Malick , presente anche nei dettagli della sottoveste mossa dal vento. E  non solo finisce per fare quello che avrebbe voluto evitare, cioè un esercizio di stile, non solo trasforma il film in qualcosa che non avrebbe mai voluto vedere, cioè una rappresentazione a tratti illustrativa con Heatcliff e Catherine adulti, ma la sua macchina da presa non si ferma davanti a niente, senza pudore, con il dettaglio dei cani impiccati che mostra una sensibilità degna del Wintyerbottom di Jude. Cioè nulla.

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7 commenti

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    CANI IMPICCATI? C'E' NEL LIBRO!!!! APRITE IL LIBRO E LEGGETELO!

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    E quindi tutto quello che sta nel libro si deve mettere nel film? Truffate se sente questa frase si rivolta nella tomba

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    E chi sarebbe "Truffate"? Jajaja…si criticava il film per i cani impiccati. Visto che nel libro c'è, e sottolinea la malvagità del protagonista, allora prendiamocela col libro. Critichiamo il libro, dai.

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    E' Truffaut. Ma forse il cinema deve essere l'equivalente del libro. I film fedeli sono belli, quelli infedeli sono brutti

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    veramente Truffaut cercava sempre dei brutti romanzi dai quali, sosteneva, si potevano trarre film migliori che dai buoni romanzi…

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    e che c'entra questo con la fedeltà ai romanzi? essere fedeli o infedeli e' irrilevante, conta fare dei brutti film o no

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    Infatti, è un bel film.