#Venezia74 – mother!, di Darren Aronofsky

Mother! si pone esattamente a metà strada tra le derive kitsch di The Fountain e il pedinamento (iper)realista di The Wrestler, in un ibrido ambiguo, sgradevole e affascinate nel contempo

Ci siamo. Come da tradizione è arrivato anche quest’anno il film “scandalo” del Festival, il più atteso, il più temuto, il più fischiato e certamente il più discusso. Del resto Darren Aronofsky dovrebbe essere ampiamente vaccinato a questo tipo di accoglienza – in proiezione stampa i timidi applausi finali sono stati subito coperti da fischi ed (evitabili) urla di disappunto – visto che il trattamento riservato nel 2006 al suo L’albero della vita fu addirittura peggiore. Ma cos’ha di tanto divisivo questo mother? E, soprattutto, perché crea rezioni così nette e immediate? Diciamo subito che anche nella redazione di Sentieri Selvaggi ci sono pareri contrastanti sul film, visioni e percezioni diverse rispetto alle scelte estetiche (e alle prese di posizione etiche) che Aronofsky propone. E sin qui tutto bene, si potrebbe quasi pensare… in fondo un film che nel 2017 riesce ancora a scatenare pareri forti e discussioni (possibilmente) interessanti, beh, è di per se un bel presupposto. A questo punto, però, sono necessariamente altri i discorsi da fare o le domande da porsi: questo film ha qualcosa da dirci oltre il ridondante e provocatorio punto esclamativo del suo titolo? O è solo un contenitore vuoto e fine a se stesso?

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mother2Partiamo da qui: Aronofsky (nel bene e nel male) non ha mai avuto paura del proprio punto di vista sul mondo come soggettiva distorta/disturbata che filtra ogni inquadratura. Mother! è interamente concepito in (semi)soggettiva. Un film dove lo sguardo di lei (i personaggi non hanno nome…) totalizza le nostre percezioni e reazioni: lo spettatore è sempre costretto a pedinare i movimenti claustrobici di una donna (e di una attrice…) che come una novella Alice nel paese degli orrori vaga alla scoperta dei propri demoni in una casa “maledetta” (spunto Horror da B movie…). Lui, il marito scrittore, si nutre di quello sguardo e lo sfrutta come fonte di ispirazione per i propri presunti romanzi… inutile dire che da Rosemary’s Baby a Il seme della follia le compiaciute suggestioni ci porterebbero sin troppo lontano. Tiriamo le somme: la madre diventa un corpo da dannare e risoggettivare ciclicamente (l’interpretazione di genere è la più ovvia, ma non per questo scontata) riproponendo un “tipico” gioco di ruoli che a un maschile ambiguo e corruttore contrappone un femminile sacro e gelidamente puro. Due dimensioni che si scontrano e si contaminano per creare una nuova vita: un figlio? Un libro? Chi lo sa… sicuramente una nuova casa da abitare.

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mother!E allora: il film è ambiziosissimo e difficilmente difendibile se ci muovessimo nei confini del genere classico, nell’ambigua riflessione filosofica che tenta e persino nelle implicazioni politiche che suscita (l’America di oggi è una casa accerchiata e barbaramente invasa che scatena l’orrore?), proprio perché le metafore che crea non hanno quasi mai la potenza necessaria per fuoriscire dalla dimensione derivativa in cui vengono subito confinate. Se ci aggiungiamo poi che questa parabola polanskiana sente anche il bisogno di un cerchio narrativo blindato (!) che rilanci ogni discorso… beh è chiaro che le debolezze iniziano a pesare un po’ troppo.

Tutto vero. Però, però… c’è dell’altro. mother! è un film che ha ancora il coraggio di concepire il fuori campo come unico regno pulsionale che val la pena (non) inquadrare, ossia di creare una dimensione altra dove le umanissime dinamiche del desiderio rimodellano spazi organici e perturbanti (ci sono continue crepe da fecondare…) testando le ambiguità ontologiche di una idilliaca e preordinata purezza di sguardo. Non a caso la casa è sempre (ri)edificata in immagine, come riflesso, diventando l’unica dimensione che sopravvive all’incendio delle cose e alla mutazione dei corpi.

mother3mother!, insomma, si pone esattamente a metà strada tra le derive kitsch di The Fountain e il pedinamento (iper)realista di The Wrestler, in un ibrido sgradevole e affascinate nel contempo. Un film programmaticamente ambiguo, con scelte registiche a dir poco di grana grossa, ma che sa anche evadere dalla ragnatela di riferimenti incrociati nella quale sprofonda (in tutti i sensi), restando vivido nella memoria dello spettatore proprio per la forza archetipica dei suoi presupposti. Anche al di là dei controversi risultati. Del resto se il patriarca Noha portava in salvo il (suo) cinema dall’apocalisse, il passo successivo non poteva che essere una madre che ri-concepisce lo “spazio comune”. Aronofsky mira altissimo, rischia e cade rovinosamente? Forse sì. Ma dimostra ancora una volta di credere ciecamente nel cinema come sincero mediatore di emozioni, sguardi e umanità al grado zero…ripartiamo da qui, non è poi così poco.

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