#Venezia74 – Outrage Coda, di Takeshi Kitano

Si inizia dal silenzio sul mare e si finisce con la sonatina che (non) ti aspetti. Struggente, lucidissimo, definitivo Takeshi Kitano. E in effetti non ci sarebbero molte altre parole da scrivere su un film che pur condensando un intero universo immaginario – stiamo parlando, probabilmente, dell’autore orientale più importante degli ultimi decenni -, ci si para comunque davanti con la semplicità di un gioco per bambini. Un percorso registico trentennale costruito tra genere e autorialità, premi e cadute, riverenza assoluta e abbandoni rumorosi; e poi ancora lancinante umanità e cinismo estremo, meccanismi perfetti e caos improvviso, forme classiche e disaccordi rivoluzionari. In Outrage, allora, c’è tutto il cinema di Kitano che si agita nel fuori campo di un imponente accumulo di situazioni, parole, codici, riti e miti dello yakuza movie (e forse del cinema giapponese tutto). Segni essiccati e svuotati che configurano quest’assurda umanità alla deriva, sempre più bloccata e condannata al riciclo perenne… sino all’arrivo di Otomo/Takeshi. Corpo/immagine che irrompe come “gangster fuori moda” e impone il caos del cinema (e oltre…direbbe Daney) all’inerzia delle cose.

codaCi siamo. Due potenti famiglie si fanno la guerra per uno stupidissimo sgarro che, come al solito, si espande sino ai piani più alti della malavita. Dopo l’anarchia dissacratoria imposta nel primo capitolo e dopo essersi fatto definitivamente fantasma (beyond…) nel secondo, questa volta incontriamo Otomo in Corea, in attesa che il Giappone lo venga nuovamente a “innescare”. Perché il cinema di Kitano rimane ostinatamente struttura e sua immediata trascendenza, scheggia impazzita che si muove tra iconoflia e iconoclastia, caso rarissimo di uno strutturato universo etico (ed estetico) che potrebbe veramente essere condensato nel volto in primo piano del suo stesso autore.

porterEcco, il suo volto: nel rigidissimo catalogo di codici e regole che attraversa gli Outrage (e tutto il cinema contemporaneo?) il volto segnato di Kitano spalanca un’anacronistica porta sentimentale verso lo spettatore. Otomo piomba a Tokyo e rompe gli “assurdi” campi-controcampi tra gangster, imponendo una frontalità esplosiva che riporta il nostro sguardo a Edwin Porter e alle rapine sui treni da cui tutto è partito. Kitano non media (tra le fazioni rivali), ma mira direttamente alle radici della fascinazione cinematografica per (non) farci fuggire dalla sala. Ancora nel 2017. Proprio quando il cinema si è trasformato come medium e come corpo, diventando anch’esso un nomade gangster fuori moda che non ha più una casa.  Ed è in questo scarto che Outrage Coda (de)finisce il cinema come origine sempre in divenire di passioni, immagini e sentimenti “primi”, confinando politicamente ogni Sonatina noir e ogni Dolls emotiva in fuori campo, per poi farci ancora sentire ogni Hana-bi, ogni singolo fuoco d’artifico, come nitido e commovente eco nell’irreversibile caos dei segni. Un’operazione concettualmente non così dissimile dall’ultimo (?) Tsai Ming-liang di Stray Dogs. Cosa ci resta? La maschera (kabuki) di Beat Takeshi. Un volto che non ci lascia andare via a fine film e che esigerà (per) sempre una paradossale sincerità di sguardo. Insomma ci resta il cinema distillato al suo grado zero, anche dopo la fine di un’epoca, anche dopo l’ultima sonatina possibilequando nel nero dell’inquadratura (e della sala) immaginiamo ancora due vecchi amici ridere e pescare. In silenzio, sul mare. Struggente, lucidissimo, definitivo Takeshi Kitano.