#Venezia76 – Atlantis, di Valentyn Vasyanovych

47/79/369/788. Un numero cifrato. Tanto resta di quello che una volta era un uomo. Un numero impresso su una delle tante croci di un cimitero anonimo, nato in seguito alla guerra in Donbass, nell’Ucraina Orientale. Il film parla di un futuro imminente. Sergeij è un ex soldato che ha trovato lavoro dopo il conflitto nel settore siderurgico, all’interno di una fonderia, che però finisce in crisi. Ed accampando scuse di un necessario adeguamento tecnologico, lascia a casa tutti gli operai. Nonostante soffra di un stress post traumatico, Sergeij torna a collaborare con l’esercito nella logistica e torna sui luoghi del disastro, come addetto rifornimenti, fino al momento in cui incontra Katya e si unisce alla missione umanitaria del Tulipano nero, specializzata nel ritrovamento dei cadaveri.

Costruito con un rigore ottenuto attraverso delle inquadrature per gran parte statiche, Atlantis è il lavoro di scavo compiuto alla ricerca di quello che è rimasto di una civiltà andata in pezzi e stratificata in macerie, poltrone rotte, case in stato di abbandono,  membra ovunque, dentro l’agghiacciante silenzio della morte. Una civiltà sepolta nelle fosse comuni dove le ossa non portano più il marchio della diversità russa o ucraina, dell’etnia alla radice del litigio, non parlano più il verbo della lotta, ma giacciono in un mucchio indistinto, inermi, spogliate della loro temporanea identità terrena. Quel poco che resta di un corpo in decomposizione viene ispezionato dentro un laboratorio da un medico legale, durante un’autopsia, sfigurato dal tempo, la carne lacerata ridotta a brandelli, scheletrizzato e mummificato dal processo post mortem, con 6 proiettili in bocca, la ricompensa toccata ad un cecchino durante un interrogatorio. Ed anche di un’abitazione resta pochissimo, un pianoforte coperto di polvere e sdentato, inabile al suono, ed un’atmosfera talmente pesante da soffocare i ricordi in un respiro di dolore, è diventata estranea, inospitale, una sensazione che nel protagonista raggiunge un apice mentre stringe tra le mani le scarpe di una bimba. Un punto di non ritorno, un deserto esteriore ed interiore.

Quando Katya si rivolge a Sergeij per chiedergli come mi continuasse a vivere lì, in quei posti distrutti ed abbandonati, la scena si conclude con le parole: “Però non è come prima? No.” Tutto è diventato senza senso. Ma bisogna accettarsi per non sparire. Cancellati da dieci anni di guerra, con chilometri e chilometri di terreno seminato di mine antiuomo, con le acque contaminate, con un inquinamento tale che servirebbe un secolo per bonificare l’area. Pietra e metallo, tanto resta del delirio industriale, e muco e muffa, residui vitali guardando da una lente infrarossa che non trova altre fonti di calore.

Durante gli spostamenti di esplorazione una camera car viene posizionata ogni viaggio ad una distanza diversa, dentro la vettura, avanti o dietro, come se si servisse dell’opzione di un videogioco per cambiare la visualizzazione, con il medesimo scenario di abbandono in un caso o nell’altro. Il mondo del film di Vasyanovych è precipitato in un incubo e non c’è amplesso sufficiente ad invertire il segno, nel post coitum quanto c’è di triste e desolante torna a galla con tutta la violenza del presente. Cinereo, potentissimo, composto di quadri inquietanti sin dalla primissima scena, usa i dialoghi in maniera funzionale, per rassicurarsi di non essere finiti preda della follia o provare a riemergere, e sempre su un registro basso, come contraltare sfinito da tanto orrore. Ed anche gli occhi di Sergeij sono stremati mentre cerca di scomparire in subacquea, per cercare un momento di astrazione dentro un incubo.

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