#Venezia76 – Saturday Fiction, di Lou Ye

Della Storia resta soprattutto la cornice. E forse sono i segni di come il cinema di Lou Ye, sia mutato in un accademismo rispetto all’impeto di Summer Palace, forse a oggi il suo film migliore. Anche se questo controllo vuole essere nascosto. Ecco allora i frammenti thriller in cui riprende forma il tema del doppio di Suzhou River. Oppure le deviazioni action di The Shadow Play, presentato proprio quest’anno alla Berlinale in Panorama. Dove però il confronto con l’ultimo Jia Zhang-ke – come Lou Ye tra gli esponenti più rappresentativi della Sesta Generazione del cinema cinese – appare impietoso.

Saturday Fiction è ambientato nella prima settimana del dicembre 1941 che, secondo lo stesso cineasta “avrebbe cambiato la storia del mondo anche se i protagonisti non lo sapevano”. La Cina è sotto l’occupazione giapponese. Ma, contemporaneamente, c’è un altra guerra: quella tra i servizi segreti e le potenze dell’Asse. Jean Yu, una celebre attrice, torna a Shanghai per recitare nella commedia Saturday Fiction, diretta dal suo ex-amante. Ma in realtà la donna ha altri obiettivi: deve infatti raccogliere informaazioni sui piani dei giapponesi. E si chiede se rivelare quello che ha appena scoperto sull’attacco a Pearl Harbor.

Liberamente tratto dal romanzo La donna vestita di rugiada di Ying Hong (ed. Garzanti), Saturday Fiction danza tra mèlo e spy-story. Sul volto di Gong Li (che è stata premiata come miglior attrice a Venezia nel 1992 per La storia di Qiu Ju), Lou Ye frantuma la linea tra vita e rappresentazione, realtà e palcoscenico. Le identità sembrano moltiplicarsi. Soprattutto per come sono guardati. Il cineasta cinesce procede su più livelli di narrazione paralleli che però finiscono per ingolfare l’apparente fluidità del suo stile. Giocato su piani-sequenza, inquadrature di spalle, voyerismo. Tutto un campionario visivo che procede attraverso codici. Come nelle parole. Paura sta per crisi. Yamazakura sta per Hawaii. E in Saturday Fiction la passione sta per la forma. C’è sempre la luce, il taglio studiato dell’inquadratura prima del gesto. La protagonista che piange mente si bacia. Oppure che si nasconde dietro una macchina durante una sparatoria, momento che proprio evidenzia tutti gli enormi limiti del cinema di Lou Ye a girare certe scene d’azione. Mascherato da un compiaciuto bianco e nero, i dettagli sul viso di Gong Li sotto la pioggia, la camminata finale di Pascal Greggory. Oppure la pioggia. Che fa tanto noir. Il genere come esercizio. Di un cineasta che non si accorge che il suo sguardo, pur impeccabile, appare inesorabilmente distante da quello che mostra. Che cita Nietzsche e Goethe (I dolori del giovane Werther). La scrittura non è più un alleato nel cinema di Lou Ye ma è ora soltanto un rifugio.

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