#Venezia77 – Il ventre della balena

È stato annunciato il programma della Mostra. Ma, quest’anno più che mai, il punto non saranno tanto i film. Sarà l’esperienza e cioè la pratica di visione, le modalità di offerta e di fruizione

Il cuore della Mostra è salvo” ha esordito Alberto Barbera nella conferenza stampa di presentazione. Con la soddisfazione e la stanchezza del chirurgo appena uscito dalla sala operatoria. In fondo, è questa la grande sfida di Venezia 77 (2-12 settembre), un’edizione non certo scontata, il primo grande evento “in presenza” di questi strani mesi post lockdown. E per il momento, sulla carta, al di là delle ondate preannunciate all’orizzonte, la quadratura del cerchio sembra esser riuscita, vista la crisi dell’industria, i film non conclusi e i progetti rimasti a metà, le infinite valutazioni strategiche delle produzioni, in particolare americane. A dimostrazione che un programma sia innanzitutto questione di invenzioni, intuizioni, di adattamenti della curva del desiderio al raggio del possibile. Ma ora rimane il fronte più importante e difficile, quello di un’organizzazione da modellare secondo i protocolli di sicurezza e la logistica del festival. “Rifiutiamo categoricamente che le nostre Mostre siano fatte al 100% on line”, ha affermato con decisione Roberto Cicutto, nuovo presidente della Biennale. Ma questo, ovviamente, comporta una dose di rischio, che è innanzitutto nella modalità di una gestione senza caos delle presenze, degli accessi e dei passaggi. È vero che questa Mostra sarà un “laboratorio”, “una sperimentazione” sulle possibilità di un evento di queste dimensioni. Ridefinire gli spazi, i varchi, i controlli, le sale, le arene, quella già funzionante dei Giardini della Biennale e la nuova che sorgerà al Lido. E, ovviamente, rimodulare i riti del pubblico e i ritmi e i modi di lavoro, ormai incancreniti dall’abitudine e dalla tradizione, di tutti gli addetti del settore.

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Sì, certo, dopo la lettura del programma, rimane la cabala di numeri, la solita serie dei mormorii, pettegolezzi, delusioni e aspettative. E, certo ancora, la misura sarà ridotta, meno accreditati, meno spettatori, meno delegazioni. La sezione Sconfini (che, in verità, non sembrava aver raggiunto una fisionomia definita) quest’anno non ci sarà. Venezia Classici sarà ospitata a fine agosto al Cinema Ritrovato di Bologna. Mentre la sezione VR, la punta più avanzata del tentativo di innovazione di Barbera, sarà totalmente in streaming: di sicuro in linea con la sua vocazione alla “fruizione solitaria”, come dice il direttore, eppur forse ancor più condannata al lazzaretto dei fan. Ma per il resto i film ci saranno, eccome. Una ventina di titoli fuori concorso, suddivisi tra fiction e “non fiction”, tre eventi speciali (il pilot diretto da Álex de la Iglesia della serie TV 30 monedas, Princesse Europe di Camille Lotteau, collaboratrice di Bernard-Henry Lévy, il cortometraggio Omelia contadina cofirmato da Alice Rohrwacher e JR), diciannove film nella sezione Orizzonti, diciotto in competizione, i cortometraggi del concorso Orizzonti, due film della Biennale College. A cui vanno aggiunti, ovviamente, i programmi già annunciati nei giorni scorsi della Settimana della Critica e delle Giornate degli Autori.

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Si potrebbe discutere della selezione, tenuto ovviamente conto dello stato di necessità. Delle scelte più o meno coraggiose, dei film italiani che, magari, avrebbero potuto esser mescolati in una griglia di partenza differente (e, comunque, segnaliamo almeno il passaggio in Orizzonti di Guerra e pace di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti). Al limite, si potrebbe discutere di una visione piuttosto canonica, standardizzata della pratica documentaristica, dell’area non fiction, per dirla alla Barbera. Almeno a giudicare da gran parte dei nomi e dei titoli annunciati. Ma andrebbe anche detto che, finalmente, rispetto agli scorsi anni c’è qualche margine di imprevisto in più, la possibilità di una scoperta, l’ipotesi di una traccia ancora non del tutto abusata. Per forza di cose. E in questo senso Orizzonti sembra addirittura promettere più della selezione ufficiale. Ma ciò che colpisce soprattutto è l’assenza dal programma delle serialità televisiva (a parte 30 monedas di cui abbiamo accennato) e delle grandi piattaforme, a cominciare da Netflix, di cui Barbera negli ultimi anni è stato il più tenace sostenitore, in polemica con Fremaux e Cannes. Segno di come ormai lo streaming abbia assunto definitivamente un potere tale da non aver più bisogno di alcuna vetrina “fisica”. Ma anche di come, oggi, sia il cinema che passa in sala nella posizione di dover esser difeso.

Ecco, alla fine, quest’anno più che mai il punto non saranno tanto i film, le opere, su cui confrontarsi e discutere. Sarà, innanzitutto, l’esperienza, e cioè la pratica di visione, le modalità di offerta e di fruizione. L’equilibrio difficile tra le misure di sicurezza e l’esigenza di un calore di presenza, che è l’unica cosa a giustificare davvero la necessità di un evento di questa portata, la sua capacità di creare un flusso, una scia possibile di relazioni tra autori e spettatori, persone e luoghi, idee e atteggiamenti. Sarà discutere di cosa vuol dire un festival oggi, di cosa potrà essere domani. E, oltre agli organizzatori, dovremmo forse cambiare approccio tutti, giornalisti, critica, addetti stampa, produttori, distributori, appassionati… Che sia questo l’inizio del futuro?

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