“Vietato morire”, di Teo Takahashi

«Dedicato a coloro che, nonostante tutto, hanno avuto il coraggio di ritrovare la propria strada». E il film documentario del ventiquattrenne Teo Takahashi parla proprio di questo: di persone che si caricano sulla schiena storie diversissime e che ogni giorno raggranellano la forza di volontà per non buttarsi via. Un giovane di colore, una ragazza più combattiva degli altri, un nichilista che guarda con disprezzo la gente camminare, un padre insicuro che si chiede se andare al compleanno della figlia di otto anni. Storie vere che si mescolano alla finzione e che nascono da un bisogno assolutamente autentico e comune di “espiare”. A Villa Maraini, la comunità romana di recupero per la tossicodipendenza, anche gli operatori sociali sono spesso reduci da un passato fatto di droga e di espedienti, di siringhe infilate nel braccio nei sottopassaggi della Stazione Termini, e di amici visti morire di overdose mentre il mondo sembra perso nella nebbia venti metri più in là. Le interviste si alternano alla voce di un cantore con la chitarra, a foto di cronaca, a dialoghi brevissimi che raccontano quattro storie: persone che mai avrebbero scelto di essere amiche se non fosse per quella lotta triste contro la droga, che li vede commilitoni nella fatica della quotidianità. Frasi forti per giustificare la propria tossicodipendenza, come «la morte per me sarebbe una via di fuga» o «me fa distacca’ da questa realtà: non me piace proprio niente de questa realtà». Frasi a cui il comune spettatore non saprebbe cosa ribattere.

Vietato morire serve proprio a questo: a spogliarci dei pregiudizi, a respirare la sofferenza di chi comunque cerca una redenzione
. Non tutti la trovano, ma già il tentativo è commovente, e viene tratteggiato dal regista attraverso un linguaggio scarno: campi lunghi della Stazione Termini, primissimi piani sulle espressioni stanche, fotogrammi ripetuti della ragazza bionda con i dread e lo sguardo incastrato nel vuoto. La stessa ragazza che a un certo punto taccia il compagno di “non avere neanche le palle” di drogarsi. Concetto che ritorna, quello di non avere le palle, e che viene usato come scudo e provocazione da chi non vuole sentirsi solo nella tristezza e nella dipendenza. Lessico povero degli ignoranti, qui assurto a poesia, prima che questo film – girato con un budget minimo da giovanissimi autori idealisti – si chiuda con gli splendidi versi pasoliniani «solo l’amare, solo il conoscere conta. Non l’aver amato, non l’aver conosciuto». Perfetti per un documentario struggente che in fondo è un vero inno alla vita.


Regia: Teo Takahashi

Interpreti: Arianna Di Cori, Patrick Ramhalho, Franco Piroscia, Mitia Di Leonardo, Marcello Romani, Cristiania Gaggioli

Origine: Italia, 2012

Distribuzione: Distribuzione Indipendente

Durata: 56'