"Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera", di Kim Ki-duk
Discorso universale e personale, al tempo stesso. Riflessione sulla caducità delle cose e racconto privato di un regista che si mette in prima persona. Nel fluire delle immagini, nella densità astratta e irreale del mondo descritto, Kim sembra descrivere il suo stesso pensiero, il respiro che sente nel mondo.
Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera. L'andamento dovrebbe essere spiegato tutto nel titolo, regolare, prevedibile, rassicurante. O meglio, dovrebbe esserlo, viste le premesse di un luogo immerso nella solitudine e nell'incanto del silenzio e della pace assoluta. Eppure... Il nuovo film di Kim Ki-duk conserva proprio sotto la pelle dell'apparenza le inquietudini di sempre, l'impossibilità per l'uomo, di accettare un dolore esistenziale pronto ad emergere e, talvolta a lacerare.
Tutto si svolge nello spazio sospeso e quasi irreale di un lago, su una specie di zattera dove vive un monaco eremita, con un bambino. La loro esistenza è calma, i giorni iniziano e finiscono sempre nello stesso modo, le stagioni si susseguono senza distrazioni. E sarà proprio l'irrompere dell'elemento insolito e inaspettato a creare scompiglio, a mettere in disordine i fili sottili di un equilibrio che, solo ora, si scopre essere precario.
Discorso universale e personale, al tempo stesso. Riflessione sulla caducità delle cose e, anche, racconto privato di un regista che si mette, inevitabilmente in prima persona. Nel fluire delle immagini, nella densità astratta e irreale del mondo descritto, nella completa autosufficienza dei corpi, Kim sembra descrivere il suo stesso pensiero, il respiro che sente nel mondo. Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera è un film che vive di questo sguardo intimo, capace di assorbire la tensione vitale dell'aria e rifletterla nella pacatezza immobile dell'acqua. Cinema di carne e di sangue, di sentimenti estremi che devono diventare ferite, devono incidersi su una superficie prima di potersi sublimare, evaporando e disperdendosi nuovamente nel nitore del cielo. Tutto sta nella fatica di tracciare le lettere di una preghiera sul pavimento di legno della zattera sospesa sul lago. Nella fatica, nella spossatezza di tutta una notte, è contenuto il lieve senso del film, la contraddizione, o meglio, il contrasto che sempre esiste tra cielo e terra, tra lo spirituale e il materiale. Film di solitudine estrema, solipsista nell'essere esso stesso solo, isolato nella vita che è propria di ogni film e che Kim sa esaltare nel suo essere sempre a cavallo tra l'adesione ad un racconto, che è finzione, e lo svelamento del meccanismo linguistico che è il cinema. Alla fine resta un senso di incompletezza, proprio dell'uomo, che si traduce nello sguardo di un'opera ripiegata su se stessa al punto che nulla sembra mai davvero cambiare, nonostante i giorni e le stagioni.
Titolo originale: Bom Yeoreum Gaeul Gyeoul Geurigo Bom
Regia: Kim Ki-duk
Sceneggiatura: Kim Ki-duk
Fotografia: Baek Dong-hyeon
Montaggio: Kim Ki-duk
Musiche: Bark Jee-Woong
Scenografia: Oh Sang-man, Stefan Schonberg
Costumi: Kim Min-hee
Interpreti: Oh Young-su (monaco anziano). Kim Ki-duk (monaco adulto), Kim Young-min (monaco giovane), Seo Jae-kyung (monaco ragazzo), Ha Yeo-jin (ragazza), Kim Jong-ho (monaco bambino), Kim Jung-young (madre della ragazza), Ji Dae-han (detective Ji), Choi Min (detective Choi), Park Ji-A (madre del piccolo), Song Min-yiung (il piccolo)
Produzione: Karl Baumgartner, Lee Seung-Jae per Korea Pictures/LJ Films/Pandora Filmprodroduktion/Cineclick Asia
Distribuzione: Mikado
Durata: 103'
Origine: Corea del Sud/Germania, 2003
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