"Lady in the Water". I corpi acquatici di M. Night Shyamalan
Il cinema di Shyamalan è un unico grande affresco sul senso dell'essere assieme, sulla necessità di un "con-esserci" che nel contatto rende trasparenti i corpi e trasforma l'acqua in placenta visiva. Cinema dell'"interno" che scava il Mito per mostrare l'indicibile: una metafisica del quotidiano, delle credenze, delle relazioni e dei desideri umani

È sempre più acquatico il cinema di M. Night Shyamalan: una piscina, gocce di pioggia che scorrono dal cielo, creature marine, un mondo "blu", e poi ancora tubi arrugginiti che scorrono lungo le pareti di un condominio che sembra accogliere l'universo intero. È un cinema immerso in un liquido amniotico dove lentamente crescono e si alimentano i germi, i batteri, i segni organici di uno sguardo diverso sul mondo, di nuove possibili forme di vita.
Una piscina, dicevamo, come in Unbreakable, che "sprofonda" al centro di un condominio dell'America di periferia, fra l'erba di case ed appartamenti che ospitano una comunità multi-etnica e interrazziale, esseri e figure di un quotidiano "magico" accuditi dal buffo portiere Cleveland Heep (uno straordinario Paul Giamatti); quadretti di una vita in comune che scorre lenta fra discussioni di quartiere, esistenze isolate davanti alle immagini di guerra della televisione, anime in cerca di una ragione di vita, di quella essenza più intima che sola può rivelare la scopo di ognuno di noi nel divino disegno del creato. Poi le acque della piscina che si agitano, un tuffo improvviso ed il risveglio del tranquillo guardiano tuttofare al cospetto di uno strano e fiabesco messia: una magnifica ragazza (la Bryce Dallas Howard già protagonista di The Village) che testimonia l'esistenza di un altro mondo, che racconta una favola dolce e terribile dove la vita della ninfa redentrice è minacciata da un orrendo mostro dal sapore biblico.
Potenza della fiaba, trasparenza dell'acqua: Lady in the Water, sesta opera dell'americano di origini indiane M. Night Shyamalan, riscopre lentamente la forza del racconto mitico, di archetipi e stereotipi che affondano in riti tribali ed antiche leggende, in cerca di quel legame (trasparente? Acquatico?) di soprannaturale materialità che scorre fra i corpi di ogni essere umano. "Ogni azione umana può cambiare il mondo ed ognuno di noi è responsabile per ogni atto che compie: tutto è concatenato..." svela la ninfa Story allo scrittore indiano - interpretato da uno Shyamalan deciso, in un gioco tutto meta-cinematografico, ad abbandonare i semplici camei hitchkockiani dei film precedenti per entrare col suo corpo fra le trasparenze di questa comunità tanto improbabile quanto "in-credibile".

Dunque, una frase appena sussurrata, una profezia d'altri tempi e le mura e la cecità della comunità di The Village sembrano sciogliersi al calore del corpo diafano di una Story piovuta forse dall'universo dei non-morti di The Sixth Sense o dai cerchi di grano di Signs: mai come ora, scorrendo queste inquadrature, il cinema di Shyamalan assomiglia sempre di più ad un unico disegno, ad un grande affresco sul senso dell'essere assieme, sulla necessità di un "con-esserci" che nel contatto rende trasparenti i corpi e trasforma l'acqua in placenta visiva. Ogni film testimonia la disperata ricerca di una possibile forma di vita comunitaria, la necessità di credere che i corpi siano legati alle cose e le cose allo sguardo in un sottile reticolo tracciato da quel montaggio labirintico e ad incastri che dona spessore ontologico agli stati di cose, agli eventi mentali, ai contatti passionali. Sentimenti come cose, pulsioni-attrazioni-speranze come oggetti plastici, forme d'acqua. Cinema dell'"interno" che scava il Mito per mostrare l'indicibile: una metafisica del quotidiano, delle credenze, delle relazioni umane, dei desideri nascosti.
"Comunità inconfessabile" l'ha definita Maurice Blanchot, "comunità inoperosa" ha detto Jean-Luc Nancy (Le toucher, il filosofo "che tocca" lo ha amichevolmente chiamato l'altro filosofo Jacques Derrida...), "comunità che viene" ha scritto Giorgio Agamben: tutti aggettivi che sembrano adattarsi perfettamente alla piccola koiné, alla comunità fragile e misteriosa che abita le sequenze di Lady in the Water. Uomini che scrivono per dimenticare un "inconfessabile" passato, figure solitarie e clan di amici che resistono nell'"inoperosità", ed uno strano corpo che porta un messaggio catartico per l' "a-venire". Fino alla splendida sequenza finale quando lo schermo si trasforma in una teofania dal sapore arcaico, un rito liberatorio dove solo la "credenza" in un altro mondo può trasformare questo mondo.
Se è vero che la massa del nostro corpo è per lo più acquosa, la macchina di Shyamalan libera i liquidi oltre la sottile pellicola della pelle immergendo ogni personaggio in questa piscina vitale dove le anime "toccano" i corpi. Le toucher Shyamalan potremmo dire, ultimo grande autore di un cinema del tocco, della credenza e della communitas. Di un cinema finalmente (ultimativamente?) "comunista"...
Titolo originale: Lady in the water
Regia: M. Night Shyamalan
Interpreti: Bryce Dallas Howard, Paul Giamatti, Jeffrey Wright, Cindy Cheung
Distribuzione: Warner Bros
Origine: Stati Uniti d'America, 2006
Durata: 110 min.
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