CINEMAFRICA - "Les Hommes Libres"
L’anteprima mondiale al Festival di Cannes del nuovo film del regista franco-marocchino ha coinciso con una proiezione per le scuole secondarie, fuori dal programma ufficiale. Il pubblico di ragazzi che ha assistito al film ha dimostrato di gradire, tributando al regista e agli interpreti, presentati dall’immancabile Thierry Frémaux, almeno dieci minuti di applausi. A cura di www.cinemafrica.org
di Leonardo De Franceschi
È per un puro caso, grazie a un invito della distribuzione francese, che ho potuto assistere all’unica proiezione prevista a Cannes per Les Hommes libres, il nuovo film di Ismaël Ferroukhi (Viaggio alla Mecca). Per quanto assurdo possa sembrare, l’anteprima mondiale del film ha coinciso con una proiezione per le scuole secondarie, fuori dal programma ufficiale. Per i valori storici ma anche espressivi del film credo sia stato un vero peccato bruciarlo in questo modo (credo infatti sia questo l’esito), facendo sì che nessun festival europeo di serie A possa chiedere il film, a ragione dell’anteprima sulla Croisette. L’unica consolazione è che il pubblico di ragazzi che ha assistito al film ha dimostrato di gradire, tributando al regista e agli interpreti, presentati dall’immancabile Thierry Frémaux, almeno dieci minuti di applausi. A riprova di un plusvalore pedagogico del cinema di Ferroukhi, o meglio di una volontà di sintonia col pubblico giovanile, cui era destinato idealmente anche Viaggio alla Mecca. Per quanto ci riguarda, Les Hommes libres è un film che bisognerebbe trasmettere in prima serata e presentare anche nelle scuole, anzitutto in terra (post)padana.
Il film, ambientato in una Parigi sotto l'occupazione nazista, è liberamente ispirato alla vita di due personalità di tutto rilievo: Si Kaddour Ben Ghabrit (Michael Lonsdale), il rettore della Moschea di Parigi, riuscito con il suo attivismo a salvare centinaia di ebrei dalla deportazione nei campi di sterminio, e Salim/Simon Hillali (Mahmoud Shalaby), chansonnier di origine ebraica che ha contribuito in modo importante a far conoscere la canzone araba e mediterranea in Francia. Tra i due c’è un terzo personaggio chiave, su cui è costruito l’intreccio, vale a dire il giovane Younès (Tahar Rahim). La storia si apre nel luglio 1939: a questa data, come ci ricorda un cartello, a Parigi soprattutto sono ancora presenti migliaia di immigrati algerini o marocchini, prima coscritti a lavorare nelle fabbriche e poi, a parte i numerosi rimpatriati, abbandonati a loro stessi nella capitale occupata. Younès (Tahar Rahim) è uno di loro, ex-operaio in una fabbrica del sud e poi finito a sbarcare il lunario, non senza un certo cinico fiuto per gli affari, con la borsa nera.
Poco interessato alla politica (e al sindacato, come gli rimprovera il cugino Ali), Younès guadagna bene e potrebbe continuare ad arricchirsi, se un giorno la polizia non lo arrestasse e, per concedergli la libertà, gli chiedesse in cambio di spiare le attività del rettore della moschea, sospettato di attività antinaziste. Younès accetta e comincia a frequentare la moschea, battuta spesso da un ufficiale tedesco ma anche da una folla di figure che appaiono e scompaiono, come una giovane donna, Leila (Lubna Azabal, tornata in auge per la sua interpretazione in La donna che canta). Tra gli ospiti più assidui, soprattutto in occasione delle feste, c’è il giovane cantante Salim, che prende subito in simpatia Younès e lo invita a venirlo a sentire nel locale dove si esibisce. Ma Younès si muove senza grande tatto, si fa scoprire dal rettore e viene quindi scaricato dalla polizia. Conosciuto personalmente il rettore, Younès si rende conto che l’uomo, pur avendo rapporti di facciata amichevoli con le forze occupanti, in realtà ospita nei sotterranei della moschea decine di ebrei, ai quali rilascia dei falsi certificati di fede musulmana (come allo stesso Salim, anche lui ebreo) e diversi membri della resistenza (come il cugino di Younès, Ali) nonché una leader del Movimento Nazionale Algerino (Leila, che in realtà si chiama Wada ed è una seguace di Messali Hadj). Senza neanche rendersene conto, Younès comincia a lavorare anche lui per la resistenza, salvando un paio di bambini ebrei e partecipando al recupero di un partigiano ferito.
Non c’è dubbio che Les Hommes libres articoli un’istanza didascalica forte, ne è prova il lavoro di documentazione che è stato fatto a monte, con l’aiuto di storiografi riconosciuti come Benjamin Stora. Allo stesso tempo, ritengo che Ferroukhi riesca con grande sicurezza ad evitare tanto il gusto oleografico di tanta fiction televisiva d’epoca quanto i vezzi d’autore di certo cinema in costume (che pretende di rivolgersi al pubblico giovanile attualizzando l’azione con stratagemmi modernisti), attestandosi su un equilibrio tra classicità e realismo, riscaldato, più che dagli artefici della confezione tecnico-artistica, peraltro impeccabili, soprattutto dalle performance degli attori. Una spanna su tutti, ancora il Tahar Rahim di Il profeta, una volta di più a suo agio nei panni di un personaggio sfuggente, ombroso, che si esprime soprattutto attraverso il linguaggio del corpo. Quando divide la scena con Mahmoud Shalaby (Salim), lo schermo vibra di un’elettricità erotica inespressa ma chiaramente percepibile, la stessa che in effetti ci era parso di leggere nello sguardo della cinepresa sul giovane protagonista di Viaggio alla Mecca.
Il film è arricchito da un tessuto di riferimenti storici e culturali estremamente fitto e stimolante. Penso per esempio al personaggio di Leila/Wada (una Lubna Azabal umbratile e misteriosa) che apre una finestra verso il movimento che ha dato il via alla lotta di liberazione algerina prima di essere sanguinosamente soppiantato dal Fronte di Liberazione Nazionale (si veda l’omicidio a sangue freddo di un affiliato MNA raccontato da Bouchareb in Uomini senza legge). Ancora, la presentazione della figura storica del rettore ci aiuta a capire quanto fronte sindacale, movimento anticoloniale, resistenza antinazista e rete di solidarietà agli ebrei siano stati interconnessi nella Francia di Petain, oltre a portare alla luce un personaggio di grande statura morale e intelligenza politica. Alcuni passaggi nella parabola personale di Salim, come l’incontro con l’allora già inarrivabile Mohamed Abdelwahab, divo della canzone e del cinema egiziano, ci permettono di intuire come, nonostante la guerra, il mercato culturale mediterraneo, quantomeno in ambito musicale, fosse assai più integrato di quanto si possa oggi immaginare, ma anche, più semplicemente, ci restituisce lo spirito del tempo, come l’apologo d’apertura, struggente, del vecchiettino arabo allo stremo che cede per due pacchetti di sigarette un’antica derbouka di famiglia, poi rivenduta da Younès a Salim per un mazzo frusciante di banconote.
[articolo a cura di www.cinemafrica.org]
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