VIAGGIO IN ITALIA – Elisabetta Sgarbi, lo sguardo tattile

Filmaker, editor, produttrice, attrice, scrittrice, direttore artistico, la Sgarbi è un personaggio eclettico che muove il suo sguardo originale, energico e appassionato, nell’abbattimento costante delle frontiere dei generi e dei ‘campi’ (cinema, video, scrittura, musica...).

di Giuseppe Gariazzo e Grazia Paganelli

Filmaker indipendente, editor per Bompiani, produttrice (con lo pseudonimo di Betty Wrong), attrice cinematografica e autrice di libri, direttore artistico della manifestazione d’arte La Milanesiana. Elisabetta Sgarbi si sposta, con sguardo originale, energico e appassionato, fra queste attività creando continui rimandi e analogie fra esse, nell’abbattimento costante - e reso teorico, punto indispensabile della ricerca - delle frontiere dei generi e dei ‘campi’ (cinema, video, scrittura, musica...). C’è, nei suoi lavori, il depositarsi - nelle immagini, nelle parole, nei suoni - di continui strati del desiderio, della memoria, dell’accelerazione sensoriale e del tempo della riflessione negli spazi mentali e fisici del gesto, dell’abbandono, dell’azione. L’immagine, nell’opera di Elisabetta Sgarbi, chiede di essere ascoltata, vissuta, penetrata, in una stretta relazione tra il campo e il fuori campo, tra quello che si vede nello spazio di un’inquadratura e la necessità di crearla, darle una forma e un corpo. Flussi di energia che si toccano e rintracciano in testi in apparenza molto diversi: film sperimentali, video-clip, documentari soggettivi sull’arte, ritratti di personaggi della canzone e della letteratura. Tutto questo filmato, anzi, cercato, con sguardo tattile, che si frammenta e si moltiplica in modi ogni volta diversi, aderendo alle superfici impossibili dei corpi e portando avanti, nella forma, una rappresentazione impalpabile e sfuggente, com’è volutamente sfuggente in “This is my Choky message” (2000), racconto intimo tra padre e figlio, condotto adottando una distanza, che è anche straordinaria vicinanza nel riuscire a reificare sentimenti che durano attimi.
La stessa rappresentazione è quasi oscurata, anzi, accennata come un sussurro, in “Belle di notte” (2001), viaggio, non a caso condotto nell’oscurità di una galleria d’arte, alla ricerca di quel tempo mutevole e inafferrabile che sta custodito nelle luci di un dipinto. E non solo quelle che il colore lascia apparire, ma anche quelle che l’occhio di ogni osservatore riesce a proiettare e a riconoscere. Proprio questo film rappresenta, nell’opera di Elisabetta Sgarbi, una sorta di approdo che si può definire classico, in cui riemergono con nuovi contorni, elementi sparsi nelle opere precedenti, spunti ripresi e ripercorsi da una nuova visione. Si riconosce, ad esempio, la vertigine e l’ebbro disequilibrio del bellissimo “Malattia” (2001), videoclip realizzato per la canzone omonima dei Castadiva, in cui si mescolano le profondità avvolgenti delle false superfici, e la perentoria durezza di figure scolpite nella pietra e nel tempo, l’acqua come strato oltre il quale guardare, mantello che avvolge e che lascia riaffiorare cose e pensieri. Si sente il peso della memoria custodita nei gesti (che sembrano misteriosamente accadere non visti in “Anonimo: Rispondere?”,1999), e nelle parole - pronunciate, recitate o cantate che siano – e che compongono una lunga poesia, che passa di film in film e si arricchisce di suggestioni e contaminazioni, colpisce i sensi e diventa immagine da vedere e da sentire e da toccare, e che, in ogni caso, chiede alla macchina da presa di essere filmata (e allo sguardo, di essere vista). Di qui l’urgenza e la necessità di guardare attraverso l’obiettivo, sentimento forte e presente in ogni frammento, gesto sopra gli altri, che li abbraccia e li riassume.
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