BERLINO 59 - "Bellamy", di Chaude Chabrol (Berlinale Special)
Un cadavere carbonizzato giace sulla scogliera di Nîmes, un assicuratore che dovrebbe essere morto sostiene di essere in realtà l’assassino, un celebre ispettore in vacanza si fa coinvolgere dalle indagini e subisce per giunta il ritorno del fratello portatore di guai. Per celebrare i suoi 50 anni di cinema, il maestro francese porta alla Berlinale un giallo tra due Georges: Simenon e Brassens, lo scrittore e il poeta-cantante. Ma soprattutto un giallo plasmato sull’interpretazione molto bella e invisibilmente intensa di Gérard Depardieu
Dedicato ai due Georges: Simenon e Brassens, in spirito il primo, in canto il secondo. Il corpo e la figura ce lo mette Gérard Depardieu, in una delle interpretazioni più belle di questa sua tarda carriera: “personaggio profondamente simenoniano” lo definisce Claude Chabrol, che dunque a ragione gli consegna l’esito di Bellamy, il film col quale celebra i suoi cinquant’anni di film (Le beau Serge è del ’58). C’è il mistero e c’è il giallo che si infittisce proprio a partire dalla definizione dei personaggi, ovviamente. Personaggi che lavorano quasi in assenza di realtà, sospesi su una dinamica che sta fuori dai contorni del reale. La trama, intanto, si avvinghia alla presenza a Nîmes del celebre commissario Paul Bellamy, in vacanza ma coinvolto in un’indagine che parte dal ritrovamento del corpo carbonizzato di un assicuratore. In realtà uno sconosciuto vagamente somigliante al defunto si presenza al commissario e gli confessa di aver ucciso al suo posto un barbone, con l’intento di cambiare vita e fuggire con la sua amante. Niente di più classico, del resto, se non fosse che Chabrol costruisce il film sull’interferenza tra il dato di fatto più logico ed evidente (ovvero la veridicità del reo confesso) e l’insinuarsi del solito dubbio – categioria assolutamente chabroliana , come ben sappiamo... – che nasce però non da prove precise, ma da una confusione tra verità e menzogna celata sotto la coltre della realtà. Il detonatore, per Paul Bellamy, è l’arrivo a casa del fratello Jacques, figura turbata e perturbante della felicità che caratterizza la vita quaotidiana del commissario con Françoise, la sua ancora bella e innamorata moglie. Irreparabilmente scontento e problematico, segnato dall’alcol e da anni di prigione per truffe e azzardi vari, Jacques rappresenta per Bellamy lo specchio opaco in cui riflette il suo successo e la sua felicità. Una presenza che dunque duplica e deforma i contorni del reale vissuto dal commissario e lo mette in una prospettiva turbata, che si traduce in uno sguardo sulla realtà di Nîmes che svela i soliti doppifondi chabroliani, le magagne al di sotto della facciata perbenista borghese. E allora l’assicuratore assassinato è forse l’assassino del barbone, ma potrebbe pure essere il contrario, così come la bella pedicure che ne era l’amante potrebbe aver ordito ogni cosa, tanto più che se la fa con l’inetto commissario locale che indaga sul caso. Per giunta Jacques va in giro con la pistola d’ordinanza del fratello e con la sua auto, mentre l’intesa tra lui e Françoise insospettisce Bellamy, che pensa al tradimento...
In realtà Chabrol sta dietro al suo personaggio con la genialità perfida che lo caratterizza, costruendo per lui un mondo e una figura intrisa di placida felicità, ma lavora con insistenza sulla sua decostruzione, attorniando il suo protagonista dei fantasmi di un subcoscio legati al suo rapporto col fratello, che emergeranno solo alla
fine ma che si concretizzano in un percorso segnato dalla figura del doppio: le due vittime, le due vite dell’assassino e le sue due donne (la moglie e l’amante pedicure), ma anche le due donne di Bellamy (la moglie e la commessa del supermercato), per non dire del commissario locale, suo duplicato invisibile ed inetto... Il film, del resto, è un tracciato lineare che non si fa sfuggire l’occasione di sospendere l’universo dei suoi protagonisti in tracce di vita labili e portate alla consunzione: Bellamy è un film di commissari in pensione, di figure giunte al termine del loro destino, di sconfitti, di attese inevase dalla vita; un film che si apre sul contrasto chabroliano tra la natura florida della costa meridionale francese e il cadavere carbonizzato dalla testa mozzata che chiude la semplice panoramica... Chabrol non perde mai di vista il lavorio degli elementi sulla pulsione della vita e Bellamy è un esempio del suo cinema scritto sulla trasparenza del contrasto, sull’invisibile gioco tra l’apparire e la sua definizione reale.
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