"Il mio vicino Totoro", di Hayao Miyazaki
Nel cinema del grande maestro giapponese non c’è mai rottura, una netta inversione di segno. Ci sono semmai variazioni sottili, che permettono di inquadrare lo stesso orizzonte di senso da angolazioni e con profondità differenti. Tutto in funzione di un’unica semplice, spiazzante verità: “la vita è luce che splende in mezzo alle tenebre”
A volte c’è qualcosa che rimane trattenuto tra la pancia e la gola, un’emozione allo stato liquido che si ferma sulla superficie degli occhi e non è libera di fluire, per arrivare alle mani, alle dita, alla carta. E’ quella commossa afasia che produce una vertigine prossima all’incredulità. Ed è ciò che capita, ogni volta, davanti a Miyazaki: la percezione splendida di un’impotenza, dell’incapacità di raccontare l’illuminazione e di riprodurre la bellezza che si è mostrata. A ogni visione il maestro giapponese appare sempre più come un arcano stregone, un uomo di un altro pianeta sceso sul mondo per svelarne il cuore e il mistero, quelle profondità invisibili agli occhi dei più, troppo poco abituati alla luce tenue e semplice che promana dalle cose. E film dopo film, questa luce appare con sempre maggiore chiarezza. Come se dagli inizi di Conan, Lupin e Nausicaa sino agli ultimi incanti di Ponyo sulla scogliera, il nostro sguardo fosse diventato via via più sensibile allo spettro cromatico di un universo in cui a ogni cosa viene restituito il suo senso esatto e magico. Ecco: Il mio vicino Totoro arriva finalmente nelle sale italiane, ventuno anni dopo la sua realizzazione. E di fronte al secondo lungometraggio di Miyazaki per lo Studio Ghibli, si ha la conferma della sensazione che fosse tutto chiaro sin da subito. Perché nel cinema di Miyazaki non c’è mai rottura, una netta inversione di segno. Ci sono semmai variazioni sottili, cambi di prospettiva e di lunghezza focali, che permettono di inquadrare lo
stesse orizzonte di senso da angolazioni e con profondità differenti. Ma comunque è un gioco di rimandi, ritorni e approfondimenti: da Nausicaa a Il castello errante di Howl, da Totoro a Ponyo. Tutto in funzione di un’unica semplice, spiazzante verità: “la vita è luce che splende in mezzo alle tenebre”. Qui, dopo le battaglie e le rinascite di Nausicaa della valle del vento (1984), dopo i voli fantastici di Laputa (1986), Miyazaki sceglie di raccontare una storia più intima, apparentemente più semplice e modesta. Due ragazzine, Mei e Satsuki, si trasferiscono, con il padre, nelle campagne nei dintorni di Tokyo. Nonostante vivano l’ansia per la malattia della madre, ricoverata in un ospedale nelle vicinanze, le bambine sono affascinate dal nuovo ambiente e, con il coraggio dell’innocenza, si lanciano alla scoperta dei segreti della loro casa infestata dagli spiriti. Finché faranno la conoscenza di Totoro, l’enorme e pacioso spirito della crescita. La metafora è scoperta, come nelle favole. Miyazaki torna al passato, agli anni ’50, per gettare un ponte verso la tradizione, i miti e la saggezza di un popolo. Ma, al tempo stesso, sembra guardare al cinema di una volta, riscoprendo l’inquieta serenità contemplativa di Ozu. Il vuoto e il pieno, genitori e figli, lo spettro della perdita e la vita che si rinnova ancora. Il miracolo di un germoglio che spunta e lo sgomento della malattia. La pace e la tragedia. Il (bi)sogno di una famiglia. Bambine che piangono, si perdono e corrono incontro a nonne tenere e apprensive, fantasmi che soccorrono gli umani, leggenda e realtà che si danno il cambio nell’immobilità apparente del quadro. Il mondo gira sempre intorno al proprio asse, testimone instancabile di un ciclo eterno di nascita e morte. E il cinema è come il mondo, proiezione infinita delle nostre vite e dei nostri destini. Signori, siamo di fronte a Miyazaki. E ancora una volta, accompagnati dalla dolce perfezione di quei tratti di matita, compiamo il nostro meraviglioso viaggio nell’amorevole creazione di un piccolo dio umano, fin troppo umano. Titolo originale: Tonari no Totoro
Regia: Hayao Miyazaki
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 86’
Origine: Giappone, 1988
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