VENEZIA 67 – “A Loft”, di Ken Jacobs (Orizzonti – Fuori Concorso)


Uno sguardo in 3D di una mansarda di un artista nel cuore di Manhattan che sta per essere trasformata in nuove mansarde per artisti. Performance live quasi, installazione temporanea che frantuma il determinismo biologico, la teoria pavloviana della percezione univoca. Furore sinestetico che Jacobs esprime attraverso un mondo assolutamente transitorio, un “expandend cinema”, provare e ancora riprovare… Ma che razza di Mostra è questa?         

a loftUno sguardo in 3D di una mansarda di un artista nel cuore di Manhattan che sta per essere trasformata in nuove mansarde per artisti. Strano, visto che è probabile che i nuovi affittuari ed acquirenti saranno dentisti e “funzionarucoli” dell’alta finanza. È strana anche l’assenza totale di tecnologia 3D. Si scopre solo alla fine che c’è un uomo sul letto con la propria telecamera che fa girare il mondo, impressionando macchie e cromatismi astratti, bieche architetture che girano su se stesse, si sovrappongono, cambiano funzione d’uso, cavano dalla visione l’angolo imperfetto della visionarietà. Cortometraggio di sedici minuti o lungometraggio di sedici minuti più corto: quanto dovrebbe durare l’illuminazione, l’ipnotica e deformante spirale di angoli e squarci del quotidiano spoglio di corpi? Parte tutto da un uomo sdraiato che forse si annoia, o forse è alla ricerca continua e incessante di spazi da far correre senza sosta, da sovrapporre alla retina. In Italia il grande autore underground statunitense è poco conosciuto, solo Torino nel 2007, nella sezione “Zona”, grazie al suo profetico curatore Massimo Causo, Ken Jacobs si è visto dedicare una memorabile personale. È davvero fantastico Ken Jacobs perché qui a Venezia qualcuno sbadigliava, qualcun’altro russava (forse era la stessa persona, o forse ero proprio io…) in pochi minuti e in quei pochi minuti ci si è accorti quanto un’opera ai limiti del presentabile in un festival così imponente, sia riuscita ad accorpare i film che più lasceranno il segno: Road to Nowhere di Monte Hellman, Promises Written on the Water di Vincent Gallo, senza contare Essential Killing di Jerzy Skolimowski (con Vincent Gallo protagonista) e il ritorno dopo oltre venti anni di Paul Morrissey. Ma che razza di Mostra è questa? Corto circuito di montaggio tra finzione e realtà (come con Hellman), di violazione della carne, bombardandola negli ingrandimenti di dettagli che diventano vivide attrazioni quasi a se stanti, organismi (come i genitali femminili ripresi da Gallo) pulsanti e smembrati dal copro. La scienza dell’immagine non è più quell’oggettiva e rassicurante visione in terza persona: al cinema si è sempre e soltanto in due. È questione di vertigini sensoriali: a seconda che le vertigini siano accompagnate, quindi, dalla sensazione dello spostamento degli oggetti nel campo visivo o che tale fenomeno manchi, esse sono distinte in oggettive e soggettive. Nel primo caso il disturbo è avvertito anche ad occhi chiusi e tende a determinare la caduta a terra. Nel secondo caso l’attacco di vertigini è rappresentato da un penoso senso di instabilità; spesso sono associate a disturbi neurovegetativi più o meno accentuati come la nausea e il vomito. Jacobs non rientra in nessuno dei due casi perfettamente, ma i suoi lampi sono avvertibili anche ad occhi chiusi e la nausea con il vomito si avverte solo se ti poni ancora in terza persona. Performance live quasi, installazione temporanea che frantuma il determinismo biologico, la teoria pavloviana della percezione univoca. Furore sinestetico che Jacobs esprime attraverso un mondo assolutamente transitorio, un “expandend cinema”, provare e ancora riprovare…

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