“20 sigarette”, di Aureliano Amadei
Il regista Aureliano Amadei mette in scena lo stralcio di vita che aveva raccontato in precedenza nel romanzo 20 sigarette a Nassirya, la propria storia, quella di un giovane aiuto regista catapultato, per caso, in una guerra che non gli appartiene, e che lo cambierà per sempre. Da Venezia 67
Il protagonista (Vinicio Marchioni) fuma perchè ogni sigaretta è una pausa, e perchè le pause servono a scandire il tempo che passa, come fasi riflessive nelle giornate disordinate.
Il film ci introduce in tono leggero nel mondo giovanile di Aureliano, un trentenne romano antimilitarista ed anarchico, che aspira a fare il regista. Solo che, ironia della sorte, gli viene proposto di fare l'aiuto regista per un film da girare nientemeno che in Iraq. Scontrandosi con la sua cerchia di amici anarchici e andando contro i propri stessi ideali, decide di partire.
20 sigarette capovolge a questo punto il proprio stile e rivela la sua vera natura, quella di autobiografia di un sopravvissuto all'attentato del 2003 a Nassirya, nel quale persero la vita 19 italiani. La sequenza dell'attentato, interamente girata in soggettiva, crea una cesura netta con la sezione precedente del film, catapultandoci con orrore nel sangue e nella polvere, per ricordarci che, parafrasando il film, “è ora di smettere di volere la bistecca senza voler sapere come viene squartata la mucca”.
Il regista Aureliano Amadei mette in scena lo stralcio di vita che aveva raccontato in precedenza nel romanzo 20 sigarette a Nassirya, la propria storia, quella di un ragazzo catapultato nel centro nevralgico di una guerra che non gli appartiene, e che lo cambierà per sempre. Ne deriva un film diseguale sul piano stilistico - i cambiamenti di tono sono frequenti e non sempre fluidi e la recitazione a tratti meccanica - ma sentito, con momenti toccanti e riusciti come il parallelismo tra l'inquadratura strettissima che include protagonista, madre e padre, e quella simile che includerà protagonista e genitori di un soldato morto. Al di là di ogni critica, si tratta in primo luogo di un'opera utile. Utile perchè pone a chiare lettere quelle domande - domande, e non semplicistiche risposte - che troppo spesso vengono relegate in secondo piano, soffocate da impeti nazionalisti ed orgogli patriottici che di fronte alla morte dovrebbero avere il buon senso di tacere, perchè i morti, come i vivi, sono tutti uguali.
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