"Michel Petrucciani - Body & Soul", di Michael Radford
Riemerge dall'archivio la figura del grande pianista francese Michel Petrucciani che ha la particolarità di mostrarlo come se fosse ancora vivo. Il regista di Il postino però si mantiene in superficie non approfondendo sia i lati oscuri della sua personalità sia l'istinto del suo talento. Per conoscere il personaggio questo documentario è più che sufficiente. Per approfondirlo ed entrarci più in confidenza, ci voleva un'altra marcia.
Riemerge dall'archivio e dalle testimonianze la figura di Michel Petrucciani, tra i pianisti jazz più apprezzati morto nel 1999 a 36 anni. Sin dalla nascita ha dovuto combattere con una malattia delle ossa, l'osteogenosi imperfetta, che ne ha impedito la crescita. Non si è però mai fatto compatire per questo handicap, anzi ha vissuto la sua vita sempre al massimo, tra la sua passione per la musica e quella per le donne. Ne esce fuori un ritratto ricco e pieno di informazioni sulla vita di Petrucciani in questo documentario di Michael Radford che segue un percorso piuttosto tradizionale seguendo una traiettoria cronologica, dalla nascita fino alla morte. C'è però una particolarità e cioè che questo film, malgrado le immagini di repertorio, sembra in diretta, con i frammenti che appaiono recentissimi. Quindi Petrucciani viene mostrato comke se fosse vivo, si guarda e si mostra all'obiettivo come davanti a uno specchio senza nascondere nulla. Nel film poi la sua figura riemerge dalle testimonianze, soprattutto quelle delle donne che l'hanno amato ma anche i suoi collaboratori. La determinazione, la sfida ad andare oltre i propri limiti, il talento oltre l'handicap fisico è quello del vibrante Ray di Taylor Hackford. Radford però - il cui ultimo film è il poliziesco Flawless del 2007 - preferisce spesso mantenersi in superficie e galleggia nella vita del protagonista piuttosto che entrarci dentro. Per questo i lati più oscuri della sua personalità e dei suoi comportamenti restano solo accennati, anche dalle parole di chi l'ha conosciuto, e neanche quell'istinto che prevaleva sulla tecnica che gli permetteva una capacità di esecuzione impressionante non viene ulteriormente approfondito. Restano le performance impressionanti, l'ineccepibile documentazione, e l'anima 'fassbinderiana' di un uomo che ha voluto prendere tutto quello che poteva dalla vita sfidando anche il proprio fisico e la sua capacità di resistenza tenendo anche 220 concerti in un anno. Per conoscere il personaggio questo documentario è più che sufficiente. Per approfondirlo ed entrarci più in confidenza, ci voleva un'altra marcia.
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