“Jack e Jill”, di Dennis Dugan
Jack e Jill è un film di corpi sdoppiati, attori travestiti, calati letteralmente in altri panni, ma per nulla intenzionati a immedesimarsi. Ecco, il cinema è il luogo in cui poter essere ancora se stessi. Anche fuori dai propri panni. E’ il luogo dove dar libero sfogo ai deliri, far saltare gli schemi e lasciarsi andare alla deriva di una storia folle e dei propri segreti divertimenti. Ma anche il posto in cui riconoscersi gemelli e poter vivere ancora un weekend da bamboccioni con gli amici di oggi e di ieri
Non vogliamo urtare la suscettibilità di chi ha bollato e bollerà Jack e Jill come l’ennesima commedia scema e volgare. Ma qualcosa va pur detta, a parte la semplice constatazione della prima interpretazione ‘doppia’ di Adam Sandler, nei panni del pubblicitario Jack e della tremenda sorella gemella Jill. Il punto è che Sandler, film dopo film, va definendo sempre più la sua posizione unica nel panorama del cinema americano e dell’industria hollywoodiana. Con o senza Dugan. Da sceneggiatore, produttore (come in questo caso) o da semplice (mai) interprete. Confermandosi uno degli attori-autori più puntuali, coerenti e devastanti (sì, devastanti!) dell’ultimo decennio.
Quello che colpisce in Jack e Jill è la latente ossessione religiosa che lo attraversa, fino a esplodere nella profetica cazziata di Jack all’aiutante ateo: “Dio mi sta dicendo che hai i piedi sulla mia scrivania”. Religione, ovviamente, vuol dire ebraismo. Mai come qui, a parte lo sconclusionato Zohan, Sandler fa costantemente riferimento alle sue origini ebraiche. Al punto da raccontare le vacanze natalizie, senza far nessun accenno al Natale. E, fuori o dentro gli stereotipi, le battute non possono non tener conto della politica internazionale. Quando Al Pacino si presenta alla partita dei Lakers con un barba finta, da profeta, Johnny Depp, seduto lì a fianco, gli fa: “sembri il mio rabbino”. Ma, poco dopo, Jack dice “perché ti sei vestito da Bin Laden?”. E Depp ribadisce “forse sembra più Fidel Castro”. Si affaccia, in un istante, la minaccia del fondamentalismo. Ovvero l’11 settembre, che, in Reign Over Me aveva lasciato Charlie orfano di tutta la famiglia. Ecco, si potrebbero leggere gli ultimi anni del cinema di Sandler come uno dei tentativi più (in)compiuti di ricucire le ferite della nazione dopo la catastrofe, uno sguardo segreto, ma costante su una società lacerata, sul mito infranto di un’America aperta a tutti. Tra conflitti religiosi e problemi di integrazione razziale. Perché è dal decisivo Spanglish di James L. Brooks che Sandler si confronta con le contraddizioni e le meraviglie di una multiculturalità imperfetta. Non è un caso che in Un weekend da bamboccioni scelga come moglie Salma Hayek. Qui, invece, Jack adotta un bambino indiano, mentre Jill trova una dimensione autentica solo con l’improbabile famiglia di clandestini messicani di Felipe.
Potrebbe sembrare un semplice ammiccamento, un riferimento satirico ai grandi temi dell’attualità gettati in pasti al tritatutto della commedia. Ma il cerchio si chiude, se ci si rende conto che, quando c’è Sandler, il cuore sanguinante è sempre la prima cellula, la famiglia. Nel capolavoro di Binder, in quello di Brooks, persino nella solitudine struggente del George Simmons di Funny People. Fino a qui. C’è sempre una famiglia da desiderare, rimpiangere, ricomporre, ricucire, ricostruire. E’ il sogno di una normalità che appare sempre precaria, irraggiungibile o sul punto di saltare. La terra promessa da vagheggiare con la malinconia invincibile di un drop out incorreggibile, di un folle bambino incapace di entrare nel mondo vero, quello degli adulti. Per questo ogni critica alla morale facile e zuccherosa dei film di/con Sandler appare davvero idiota. E sempre per questo, invece, è decisivo il riferimento a La vita è meravigliosa che Jill fa durante quell’assurdo pranzo del Ringraziamento. Sandler sembra davvero guardare a Capra come a un “meraviglioso” orizzonte morale, un’utopia ancora realizzabile. Certo, un Capra incattivito dagli anni, cinico, blasfemo. Ma comunque, integro nella purezza della sua fede in un sogno in via di disfacimento.
Ma tra le macerie, come distinguere ancora l’orizzonte? Qui arriva il cinema. E’ chiaro che Hollywood è l’obiettivo di un bombardamento costante. E Dugan e Sandler trovano in Al Pacino, strepitoso nel modo in cui accetta di farsi beffe del suo passato, l’elemento scardinante. Ma, tra le righe, è sempre evidente la loro riconoscenza per quel mondo dello spettacolo a cui devono tutto. Ed è proprio quando Pacino ridicolizza il metodo Actors Studio nel suo delirio donchisciottesco per Jill, la Dulcinea del Bronx, che apriamo gli occhi. Jack e Jill è un film di corpi sdoppiati, attori travestiti, calati letteralmente in altri panni, ma per nulla intenzionati a immedesimarsi. Sandler, lo strepitoso Eugenio Derbez nel doppio ruolo di Felipe e di sua nonna, fino a un immenso David Spade capace di dar vita a un’inquietante Monica, un troione biondo da paura. Ecco, il cinema è il luogo in cui poter essere ancora se stessi, come Pacino, Depp, McEnroe, Shaquille O’Neal. Anche fuori dai propri panni. E’ il luogo dove dar libero sfogo ai deliri, far saltare gli schemi e lasciarsi andare alla deriva di una storia folle e dei propri segreti divertimenti. Ma anche il posto in cui riconoscersi gemelli e poter vivere ancora un weekend da bamboccioni con gli amici di oggi e di ieri, presenti o semplicemente nominati. Fottendosene, allegramente, dei dettami di un’industria che invoca professionalità e funzionalità. No. Il cinema deve, ma non può funzionare. Come ogni famiglia.
Titolo originale: Jack and Jill
Regia: Dennis Dugan
Interpreti: Adam Sandler, Al Pacino, Katie Holmes, Rohan Chand, Elodie Tougne, Eugenio Derbez, Nick Swardson, David Spade, Dana Carvey
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Durata: 91'
Origine: USA, 2011
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