"Chicago", di Rob Marshall
Marshall non riesce mai a mandare il suo film su di giri. Ne vezzeggia i contorni, ne smussa i tratti più spigolosi e lo impacchetta con grande grazia, immolandolo sull'altare degli strani ritorni di moda, ma non si va mai al di là di una corretta rivisitazione filologica di alcuni "luoghi" deputati alla rappresentazione

Lungo le superfici roventi del palcoscenico, si insinua lentamente lo scroscio incessante di musiche, di colori, di forme in festa. E' l'incipit dello show, il trasecolarsi furente di ogni aspettativa, di ogni attesa, e di tutte le pre-visioni messe insieme. Un mucchio di corpi in festa dunque, capovolti, saltellanti, destabilizzati. Si dà spettacolo del corpo, e su di esso si costruisce la meccanica oliata della visione. Davanti alle pailettes indiavolate di Chicago, ai suoi ritmi forsennati, alle sue decostruzioni festanti di ogni percezione liquida del darsi (nello/dello Spettacolo), non possiamo che indietreggiare, avanzando una difesa nervosa che ci ri-proietta indietro nel tempo, su labili confini territoriali in cui ri-pensare il musical, in termini assolutamente antitetici rispetto a tutto il gruppo festante di post-modernismi d'accatto. Il regista Rob Marshall viene da Broadway (lo si legge tra le righe prima dei titoli di testa), ha l'intenzione precisa di rifare Bob Fosse (e non solo), e di elettrizzare l'impianto segnico della visione con una marea assordante di fanfare in festa pronte a schizzare nervosamente su orbite traslucide che fanno tutt'uno con volumi spigolosi e inerti. Il chè significa giocare subito (e in modo addirittura lampante) con tagli di luce, sagome di colori, superfici di senso attraverso cui incantare l'occhio, riducendolo a specchio immobile di sinuosità fatali. Il punto però è questo. Abolita ogni distinzione tra realismo (della cornice) e fantasia galoppante del sottotesto cromatico/acustico, non ci resta che sperare in soluzioni di continuità differenti. Ecco allora il carsico e codificato plot romanzesco con tutte le figurine al punto giusto, con scavalcamenti di campo che profilano in un batter di ciglia la soluzione di un archetipo strutturale, e soprattutto con sbilanciamenti lungo le parti oscure del set quasi inesistenti. Cosa avrà mai fatto allora Marshall? Si è semplicemente portato appresso dal teatro il talento nell'ammassare/costruire/addizionare corpi (in questo senso le coreografie sono naturalmente di prim'ordine), ma ha rinunciato, prima ancora di attaccare l'occhio alla m.d.p, a donare alla messinscena uno spirito combattivo, una massa sia pur grezza di forme su cui lavorare, su cui sudare, su cui arrovellarsi. Si narra di come una certa Roxie Hart diventi una stella del musical di prim'ordine, della sua amicizia con l'avvocato Billy Flynn, e della rivalità con Velma Kelly e di tutto quello che all'interno di una struttura codificata come questa non può mancare: gli anni del Proibizionismo, il fumo dei locali affollati, l'atmosfera surriscaldata dal ballo, dalla musica, dai super alcolici. Si tratta peraltro di una storia vera da cui, nel 1924, trasse ispirazione Maurine Watkins, per un testo teatrale e da cui nacquero poi altri due adattamenti per il cinema. Il problema è che Marshall non riesce mai a mandare il suo film su di giri. Ne vezzeggia i contorni, ne smussa i tratti più spigolosi e lo impacchetta con grande grazia, immolandolo sull'altare degli strani ritorni di moda. Stavolta tocca al musical, con citazioni in ordine sparso del Fosse di Sweet Charity e di All that Jazz (se non fosse altro che per il ripensamento, sia pur in termini freddi e distanti, della composizione materica dello spettacolo musicale), ma non si va mai al di là di una corretta rivisitazione filologica di alcuni "luoghi" deputati alla rappresentazione, come se Marshall ci prendesse per mano e ci conducesse lungo corridoi ammuffiti, stanze deserte, luoghi abbandonati. Non c'è nessun corpo ardente, vivo, necessario. E il desiderio di vedere, se mai c'è stato, pare estinto nelle secche agghiaccianti della bella maniera.
Titolo originale: Chicago
Regia: Rob Marshall
Sceneggiatura: Bill Condon
Fotografia: Dion Beebe
Montaggio: Martin Walsh
Musica: Danny Elfman, John Kander
Scenografia: Andrew M. Stearn
Costumi: Colleen Atwood
Interpreti: Catherine Zeta-Jones (Velma Kelly), Richard Gere (Bill Flynn), Renée Zellweger (Roxie Hart), John C. Reilly (Amos Hart), Christine Baranski (Mary Sunshine), Queen Latifah (Matron 'Mama' Morton), Lucy Liu (Kitty Baxter), Taye Diggs (Bandleader), Colm Feore (Martin Harrison), Dominic West (Fred Casely)
Produzione: Marty Richards per Miramax Films/Loop Films/Producers Circle
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 113'
Origine: Usa/Canada, 2002
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