Acqua di Marzo, di Ciro De Caro

L’opera seconda è sempre un banco di prova importante soprattutto se il debutto è stato molto convincente. Ciro De Caro è il regista di Spaghetti Story, film che nel 2013 ha convinto critica e pubblico proponendo con un budget ridottissimo la storia di una generazione perduta, quella dei trentenni di talento costretti a navigare nella bassa marea del precariato. Acqua di Marzo sceglie la strada battuta della commedia sentimentale e narra le vicende di Libero impiegato schiavizzato di una agenzia pubblicitaria (Roberto Caccioppoli) che da Roma torna a Battipaglia per assistere la nonna morente. Il viaggio gli consentirà di prendere coscienza delle proprie radici e lo porterà davanti a una scelta tra gli amori della sua vita, l’attrice Francesca (Claudia Vismara) e la compagna di scuola Neve (Rossella D’Andrea, co-sceneggiatrice del film).

L’incipit promette bene: una donna nuda ripresa di spalle sul letto, un messaggio atipico in segreteria telefonica, l’amante in piedi alla finestra davanti alla pioggia di marzo. Jump-cut efficaci e risposte laconiche, gran parte della inquadratura lasciata alla rielaborazione dello spettatore, insomma siamo pronti per goderci una storia d’amore narrata in maniera originale, puramente cinematografica.
Ma andando avanti emerge purtroppo la prevedibilità della trama, con dialoghi molto esplicativi che non lasciano pause o intervalli, i classici litigi madre-figlio con la dicotomia giovani-anziani, pochissimo spazio per l’immagine pura e tendenza alla dilatazione del monologo (quelli di Don Gianni sono portati oltre il limite).
Cosa differenzia il cinema dalla narrazione televisiva? Citando un grande maestro “c’è il visibile e l’invisibile. Se voi filmate solo il visibile, è un telefilm che state realizzando”.
Con l’aggravante di agganciare la storia a un presente con troppi riferimenti circostanziati, più volte sottolineati (i litigi di Libero con Francesca, le rivendicazioni di indipendenza di Neve, i flashback ripetuti sui musicisti sottopagati, la telefonata “hot”, il destino del cane Yoda).

Rispetto all’opera di esordio, Ciro De Caro perde in spontaneità e cerca di portare la commedia sentimentale dalle parti del “racconto morale”, ma con la zavorra del messaggio che si vuole trasmettere. Forse sarebbe stato più coerente resettare il tono sul mood “ironico/comico” sul modello di alcune riuscite commedie di aerea partenopea come Into Paradiso (2011) e Song’ e Napule (2013).
Rimane la grande capacità del regista di proporre delle figure femminili convincenti, davvero moderne: sia Claudia Vismara che Rossella D’Andrea interpretano i rispettivi personaggi con grande attenzione alle sfumature emozionali e ai picchi nervosi della narrazione. Roberto Caccioppoli rimane un po’ schiacciato alla distanza e il suo punto di vista, che dovrebbe essere quello centrale, si lateralizza per accogliere due personalità femminili strabordanti. La provincia battipagliese rende Libero consapevole che il percorso di crescita passa attraverso la capacità di immedesimazione, perché l’atto più grande di amore è mettersi da parte e lasciare andare via chi si ama. Non si tratta di eutanasia o di togliere l’ossigeno, si tratta di non prolungare l’agonia di un rapporto (di amicizia, d’amore, genitoriale) che sta marcendo nell’egoismo e nella insensibilità.
De Caro chiude il film riprendendo l’ immagine iniziale e completando il cerchio sotto il rumore incessante della pioggia catartica di marzo. Tra i personaggi di contorno ricordiamo con piacere le prove attoriali di Nicola Di Pinto e di Anita Zagaria nel ruolo dei genitori di Libero: i loro duetti sono la parte più spassosa del film e riportano alla memoria i momenti esilaranti di Spaghetti Story.

Regia: Ciro De Caro
Interpreti: Roberto Caccioppoli, Rossella D’Andrea, Claudia Vismara, Nicola Di Pinto, Anita Zagaria, Gianni D’Andrea, Sara Tosti
Distribuzione: Mediterranea Productions
Durata: 100′
Origine: Italia, 2017

Scrivi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *