Ameluk, di Mimmo Mancini

Ci sono piccoli film che aspettano anni nel congelatore prima di essere distribuiti. Si dà il caso che alcuni di essi – non troppo spesso a essere onesti – siano anche dei discreti film. Ameluk è uno di questi. È una commedia sui vizi e costumi della provincia italiana e sulla discriminazione religiosa. Siamo nel paesino pugliese di Mariotto, dove si sta consumando una piccola battaglia politica senza esclusione di colpi: le elezioni del sindaco. Il più agguerrito di tutti è Mezzasoma, politicante di destra fanfarone e pronto a tutto pur di diventare il primo cittadino. La sua campagna è incentrata a tutelare le tradizioni del sud contro i comunisti e gli extracomunitari. Ecco così che il suo nemico numero uno diventa il mussulmano Jusuf, che pure ha cittadinanza italiana ed è sposato con Maria. Il ragazzo una sera durante la processione del paese si trova costretto a interpretare Cristo: è la scintilla che fa scoppiare il caos. A Mariotto arrivano giornalisti e televisioni per raccontare questo Cristo mussulmano e la sinistra pensa proprio a lui come candidato ideale per battere Mezzasoma.

“Tratto da una storia che potrebbe essere vera” recita la didascalia a inizio film. E infatti i riferimenti all’attualità politica e mediatica del nostro Paese ci sono tutti e sono anche un po’ rischiosi. Il film di Mimmo Mancini – che interpreta Mezzasoma – sfiora infatti il bozzettismo e il discorso a tesi, ma ha l’umiltà di sfumare nella leggerezza. Mancini non inventa nulla però intrattiene dando un bel ritmo a questa sua commedia che ricorda un po’ il cinema grottesco di Germi e un po’ le atmosfere esotiche del cinema made in Bollywood (con la fotografia che abbraccia cromatismi giallo arancioni). Costato 650.000 euro Ameluk non può essere probabilmente il punto di riferimento per il cinema indipendente, ma merita un suo pubblico e una onesta considerazione. Anche perché rispetto a certi canoni della commedia all’italiana d’autore evita cinismo e furbizia. Con tutte le sue ingenuità sembra provenire per fortuna da un’altra epoca (forse gli anni Cinquanta di Camillo Mastrocinque?) e da altre latidutini.