#Berlinale68 – Figlia mia, di Laura Bispuri

Dopo Vergine giurata, Laura Bispuri cambia territorio “d’intervento” (la Sardegna tra scogliere, necropoli e il Supramonte invece delle montagne albanesi) ma non la modalità di approccio al proprio cinema, che rimane fortemente ancorato all’essenza simbolica degli elementi, ad una simmetria di narrazione e struttura formale che nuovamente non riesce del tutto a sfuggire dal rischio di un’asfissia autoriale respingente.
I simboli, allora, i segni: tutto l’apparato visivo ci ripone così tanta attenzione da non poterli non notare, e questa telenovela che la piccola protagonista Vittoria (Sara Casu) guarda in tv con la madre Tina (Valeria Golino), cercando di non perdersi neanche una puntata, si fa in questo modo riferimento esplicito delle traiettorie da feiulleton che il film intende affrontare. Vittoria è infatti in realtà figlia di Angelica (Alba Rohrwacher), una “anima persa” che campa facendo la guardia alle bestie mentre si ubriaca nel bar del paese e si prostituisce con gli avventori. Angelica ha fatto un patto con la famiglia di Tina, che ha cresciuto la bambina, per non rivelare mai la verità a Vittoria, in cambio di sostegno e vicinanza: nell’istante in cui la “poveretta” sembra costretta a lasciare il villaggio perchè sfrattata di casa e la bambina inizia a rendersi conto della realtà, il film dà il via ad una giravolta di sentimenti forti e di violenti contrasti tra le due donne.

Ecco, Bispuri pare voler mostrare il coraggio per andare fino in fondo all’ebollizione della materia tirata in ballo, la risoluzione del conflitto si fa sempre meno pacifica e assume i toni di una vera e propria resa dei conti, mentre Vittoria spariglia con il suo comportamento impulsivo tutti gli equilibri fino ad allora messi in scena con sottolineata perizia di parallelismo (la chiesa vs il bar, la morigeratezza di Tina e il marito vs il continuo andare sopra le righe di Angelica, ecc) – sembrerebbe davvero di stare in un western sardo al femminile, tra rodei, allevatori di cavalli, tesori da recuperare nascosti tra le tombe e un duello finale che potrebbe quasi sfiorare la risoluzione nel sangue.
Se non fosse che invece Bispuri opta per la direzione completamente opposta, un figlia mia2raffreddamento assoluto e calibratissimo della materia, mediante gli opprimenti pianosequenza di Vladan Radovic instancabilmente “a collare tirato” sui personaggi come fossero i cavalli di Angelica, un trattamento che finisce per svelare sequenza dopo sequenza l’eccessivo calcolo programmatico di cui le immagini della cineasta continuano a soffrire, in un film tutto fatto di cadute, tuffi nel vuoto e ferite.

Una consapevolezza di costruzione che paradossalmente vanifica il risultato in più momenti, mettendo a nudo i limiti del’impianto (l’evidente stridore tra la recitazione delle due star chiamate in causa a confronto con gli interpreti locali in ruoli di contorno, l’esplorazione oramai fin troppo abituale nel nostro nuovo cinema intellettuale dal piglio blandamente antropologico su di una realtà di meraviglie bucoliche e ancestrali). Così come, tra tutti gli spunti fatti concentrare sull’opera, la necessità primaria appare a conti fatti quella di focalizzarsi sugli strumenti della metafora scoperta (la strada verso una società delle donne che rinasce da un buco nero nella terra insieme a Vittoria nel finale…).
Rimane allora, come già in Vergine giurata, il rimpianto per l’aver evitato una reale esasperazione delle potenti intuizioni di partenza, a cui si preferisce l’approdo familiare sulla superficie dell’autorialità ben riconoscibile (con tanto di sequenza di ballo-canto su hit pop anni ’80 a certificare), a conti fatti assai meno rischiosa di quanto l’assunto lasciasse sperare.

Regia: Laura Bispuri

Interpreti: Valeria Golino, Alba Rohrwacher, Sara Casu, Udo Kier, Michele Carboni

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 90′

Origine: Italia 2018