Detroit, di Kathryn Bigelow

5 Days of War. Tra il 23 e il 27 luglio 1967. Detroit autentico set di guerra. Con gli spari e le esplosioni che sembrano arrivare dall’Iraq di The Hurt Locker o dalla missione per scovare Bin Laden di Zero Dark Thirty. Lo sguardo di Kathryn Bigelow s’immerge dentro la Storia. Con una furia allucinata degna di Fuller, con un impeto travolgente che fa sembrare il suo cinema ancora oggi, più di ieri, sorprendentemente attuale, trascinante, sensoriale. Che cattura, così di getto, la rabbia dei manifestanti, i sorprusi e le intimidazioni della polizia, il passaggio dei carrarmati. Ma, come avviene spesso nel suo cinema, l’udito, il tatto contano come la vista. Tra il sentire e il vedere non sembra esserci più differenza. Autentico stato ipnotico, allucinato. Si crede di guardare delle azioni, anche se non sono filmate, proprio per quel flusso continuo di rumori. Quasi un film, anzi uno script a parte, sempre ad opera di Mark Boal che collabora con lei da The Hurt Locker. Dove tutti i suoni appaiono come maniacalmente segnati al pari dei dialoghi. Come gli spari, le porte che sbattono, i sassi contro il bus, la voce urlata, inquietante e distorta degli interrogatori. In una stretta connessione con le immagini. Anzi una simbiosi. Tra Robert Zemeckis e Jacques Tati. Ma che filma la città con l’astrazione di Jonas Mekas.detroit jack reynor

Alla base del film, le sanguinose rivolte nella città. Dove si è consumato un vero e proprio massacro da parte della polizia, in cui persero la vita tre ragazzi afroamericani e centinaia di persone sono rimaste ferite. E la rivolta successiva ha portaro a disordini senza precedenti.

Nella notte, con una luce intermittente. Con gli incendi visti da lontano, Dove la fotografia di Barry Ackroyd collaboratore abituale di Ken Loach (con cui la cineasta ha girato già di The Hurt Lucker), riporta anche dalle parti di Green Zone di Paul Greengrass. Dove si sente tutta la polvere nell’inquadratura, dove la lacerazione fisica provoca continue cicatrici. E fa avvertire il dolore. Proprio nel corpo.

detroit

Tutta la parte dei sorprusi nell’hotel è esemplare. Perfetto esempio di tempi, raccordi di montaggio, sintesi nel modo in cui accumula la follia. Partita dall’imitazione dei metodi degli agenti. Proseguita con lo sparo di una pistola-giocattolo. Infine con l’irruzione della polizia. Spalle al muro. Un incubo che sembra non finire mai. Con le simulazioni delle morti. Dove ogni azione qui resta impressa. Per la sua incredibile forza ed efficacia. In un cinema che trascina lì dentro. Dove le foto in b/n degli scontri sono come lo squid di Strange Days. E poi gli occhi. Di pazzia, di terrore. Basta un dettaglio per immortalarsi. Dove non c’è più bisogno di nessun dialogo. Con attori così realistici che sembrano i personaggi veri usciti di nuovo fuori per comparire nel film. Ed è così che divampa il razzismo e la sopraffazione dei diritti umani. E tutta questa parte sembra avere anche quell’indignazione dei migliori film sulla Shoah. SS contro cittadini ebrei. Con lo sguardo del giovane agente che inquina le prove come quello di Ralph Fiennes in Schindler’s List.

???????Troppo potente il cinema della Bigelow. Negli anni ’80 come oggi. Qui il tempo non si è (davvero) fermato. Che si sposta, mantenendo sempre altissima la tensione, anche nelle zone del cinema processuale. Detroit è il film diretto da una cineasta migliore anche del ‘migliore’ Spike Lee. Con anche le accensioni musical, con la storia di Larry e il gruppo dei The Dramatics. Dove le prove nella sala di incisione lo deviano, anche solo per un attimo, dalle parti di un film concerto o di un biopic musicale che speriamo, di cuore, di vedere presto, nell’opera della regista. Un film troppo bello, troppo importante, troppo necessario, per essere vero. Inutile dire che parla dell’America di oggi. Dall’elezione di Trump. Troppo ovvio. E il parallelismo è così immediato che la Bigelow neanche ci si spreca a sottolinearlo. Perché Detroit non ha bisogno davvero di spiegare niente. Parla e dice tutto con uno slancio visivo, visionario dove c’è già tutto. Con 142 minuti che volano via alla velocità del tempo. Uno dei film più importanti realizzati dopo il 2010.

Titolo originale: id.

Regia: Kathryn Bigelow

Interpreti: John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie, Hannah Murray, Jack Reynor

Distribuzione. Eagle Pictures

Durata: 142′

Origine: Usa 2017

Un commento

  • “Migliore del miglior Spike Lee”. Infatti, uscendo dal cinrma, ho pensato che questo film è più afroamericano di quanto Lee abbia mai saputo fare. Che ne pensate delle critiche che dicono che la regista, concentrandosi su un episodio singolo, non abbia saputo rendere il momento storico? Io preferisco un film così a “Selma”

Scrivi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *