Elisabeth Moss: l’audacia e l’abisso

Conturbante, misteriosa, torbida e spigolosa, eppure al tempo stesso in grado di evocare tenerezza e fragilità. È difficile definire con esattezza quali siano le sensazioni sprigionate da un primo piano di Elisabeth Moss. Forza e vulnerabilità che si sovrappongono, si alternano, si contraddicono mescolate insieme in un volto difficile da dimenticare. Una faccia particolare, piena di tratti di imperfezione che è diventata negli ultimi anni icona imprescindibile del piccolo schermo. Mad Men senza Peggy Olson non avrebbe avuto lo stesso spessore caratteriale di cui ha potuto godere nelle sue bellissime sette stagioni. E la ragazza con le mouse ears che trovatasi a dover combattere per la propria sopravvivenza in un mondo maschile e maschilista è riuscita a compiere la sua scalata da segretaria a copywriter, ridefinendo le regole del gioco, non avrebbe mai avuto la stessa potenza espressiva senza la fisicità di Elisabeth Moss, elisabeth moss2e il suo modo consapevole e spregiudicato di utilizzarla. Quei tratti marcati così al confine tra il piacevole e lo sgraziato, che mettono in evidenzia e sottolineano ogni cambio di espressione, quel volto che come una maschera fa risaltare ogni dettaglio e che ogni volta che viene avvolto dai riflettori assorbe la luce, ci gioca, si trasforma come un camaleonte. Da quella frangetta démodé, il pallore, la mancanza di grazia e fascino, all’esplosione di una femminilità tutta nuova, forte, sicura di sé, anticonvenzionale: il personaggio di Peggy è diventato un simbolo femminista, un manifesto di libertà, di ribellione ai vecchi canoni.

E la scelta di donne dalla carica caratteriale potente, donne fuori dagli schemi, rappresentanti di un nuovo modello femminile che rifugge i modelli, è il carattere distintivo che puntella le scelte recitative della trentacinquenne attrice californiana ­­­– che attraversa anche il grande schermo con personaggi anticonvenzionali, come Virgin (2003) e il più recente The Square -, tra le principali muse ispiratrici del recente movimento di rinnovamento qualitativo che sta investendo la serialità televisiva. La Robin di Top of the Lake, mini-serie evento ideata da Jane Campion e la Offred di The Handmaid’s Tale sono due personaggi dall’impatto fortissimo, che aprono il racconto ad altrettanti universi tipologici ricchi di sfumature, di contraddizioni, di stratificazioni limbiche nei meandri della psiche, delle sovrastrutture culturali, delle implicazioni socio-politiche. Come i mantelli rossi e le cuffie bianche indossate dalle ancelle del mondo distopico tracciato da The Handmaid’s Tale, la serie TV ispirata al libro cult di Margaret Atwood,elisabeth moss3 che si è tramutato in simbolo di protesta negli Stati Uniti. La storia di June/Offred, costretta con la forza a procreare insieme alle altre donne rimaste fertili in un mondo afflitto dalla piaga della sterilità, la sua forza impregnata di fragilità, il tormento, la ribellione, hanno confermato proprio la predilezione della Moss per le prove interpretative ai limiti dell’eccesso e dell’eccessivo, spesso traboccanti oltre il buongusto e l’estetica canonica (soprattutto) televisiva. Peggy, Offred, Robin e le altre, delineano le fattezze di una donna multiforme, corrosiva, dall’estrema vitalità e incisività anche formale, carica di audacia.

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Audacia: è probabilmente questo il termine che meglio si addice a Elisabeth Moss. Un’audacia che non si limita solo alle scelte, di certo coraggiose, di prodotti originali e innovativi ma che si tramuta virtuosamente in audacia performativa. Una sfrontatezza stilistica tutta sua, che le fa attraversare con piena naturalezza ruoli che spesso richiedono un’esposizione totale, che trattano e attraversano anche il crudo e lo scabroso. La temerarietà di mostrarsi nella propria vulnerabilità, spogliata da schermi e sovrastrutture – che siano materiali, legate alla nudità fisica, alla mancanza di make-up, all’utilizzo di un trucco che ne metta in mostra le imperfezioni, o che siano emotive -, elisabeth moss4senza il timore di scavare nell’abisso addentrandosi nelle profondità anche più oscure e tenebrose dei suoi iconici personaggi televisivi costituisce un discorso semantico piuttosto nuovo nel panorama recitativo al femminile, soprattutto nel campo del piccolo schermo, ancora troppo poco abituato  (se si eccettua l’ambito della comicità) a personaggi del gentil sesso slegati da certe convenzioni, anche semplicemente estetico-visive, di gradevolezza. Questo risalta particolarmente osservando il personaggio di Robin Griffin, la detective specializzata in crimini riguardanti minorenni di Top of the Lake, vero laboratorio esplorativo per la Moss. Qui l’attrice ha sfruttato le corde tormentate della sua eroina realizzando una performance, soprattutto con China Girl, seconda stagione della miniserie arrivata la scorsa primavera dopo quattro anni spostandosi dagli scenari selvaggi neozelandesi alla urbana Sydney, che sembra aver raggiunto un livello di maturità e consapevolezza espressiva ulteriore, trasfigurandosi in un carattere che addirittura oltrepassa i canoni di genere e transgenere, che danza sul folle (dis)equilibrio di una poetica disarmonia, irrorando di magnetismo, delicatezza, erotismo, la sfrontatezza di una sciatteria raggrumata di sangue, ammaccata, scomposta, ubriaca, insonne.