JEAN ROUCH – ANTROPOLOGIA E CINEMA

JEAN ROUCH


ANTROPOLOGIA E CINEMA


ROMA FILMSTUDIO 2   


2-10 aprile 2005


 


"Un regista deve avere le suole di vento, andare altrove, e riportare indietro, per gli altri, dei pezzi di tappeto volante." (Jean Rouch)


 


"Fare un film, significa scriverlo con i propri occhi, con le orecchie, con il corpo, vuol dire entrarci dentro:


essere al tempo stesso invisibile e presente, cosa che non capita mai nel cinema tradizionale…". (Jean Rouch)


 


Jean Rouch, nato a Parigi nel 1917, è morto in un incidente d´auto in Niger (8 febbraio 2004) mentre viaggiava di notte verso la capitale, Niamey, dove era stato invitato ad una rassegna cinematografica come ospite d´onore. Si era laureato in lettere e poi in ingegneria civile. Durante al guerra si era trasferito in Niger per costruire ponti e strade. Ed è in questo periodo che si avvicina all´etnografia e compie uno straordinario viaggio sul fiume Niger con una cinepresa 16mm, acquistata al mercato delle pulci. Inizia così a registrare cerimonie, feste, simboli e riti con un programma di documentazione scientifica ("antropologia visiva"). Nel viaggio rimane folgorato non solo dalla bellezza e maestosità dei grande fiume e delle foreste sulle sue sponde, ma anche dalla scoperta delle tradizioni "di gente che gli aveva insegnato cos´è il sorriso e il buon carattere".


Il suo primo film è dei 1947 (Au pays des mages noirs) seguiranno altri film, corti o lunghi, che documenteranno la quotidianità dei villaggi con storie aneddotiche, veloci, vivaci, spesso spiritose «come corsivi». In questi film il cineasta si avvicina a una particolare forma di narrazione che sarà definita «Cinéma Verité». È Edgar Morin, che realizza con lui a Parigi nel 1960 Chronique d´un été, a definire così per primo il suo cinema. Si è anche parlato di «cinema diretto».


Rouch considerava il "cinéma direct" una risposta a Roma, città aperta, perché finalmente, come Rossellini, si poteva girare nelle strade, con il suono e la luce reali e con una cinepresa portatile. E si sentiva parte della Nouvelle Vague. Il suo infaticabile impegno di etnografo, cineasta, organizzatore è stato determinante per la nascita del cinema del Niger; per molti anni è stato l´unico punto di riferimento e l´unico sostegno per giovani cineasti di quel Paese.


La sua influenza, non solo quella del suo cinema ma anche quella della sua persona, sulla Nouvelle Vague e sul suo modo di fare cinema è stata di grande importanza. Conosce Truffaut e Godard durante la proiezione alla Cinémathèque di una versione non montata di Moi, un noir. "Poi -ricorda Rouch- ho avuto la benedizione dei Cahiers du cinéma … Ero il fratello maggiore, come Rossellini, ma alla fine eravamo una famiglia, la Nouvelle Vague".


A prima vista Jean Rouch potrebbe apparire un artista, un cineasta intellettuale ma, in realtà, egli è il suo esatto contrario: la sua «adesione carnale» ai mondi che ci rivela ci fa penetrare in quella relazione, dura ma esaltante, sofferta ma conforme ad un´armonia cosmica, tra l´uomo e il suo ambiente «che costituisce il fondo, il tema psicologico della sua opera». (Fulchignoni) Egli riesce a rivelarci l´aldilà delle cose, a risalire i millenni e a farci immergere nell´«acqua vivificante» di miti considerati perduti. Il suo amico Enrico Fulchignoni, lo ha ritratto con queste parole: "Giovane, vivace, disposto ad allearsi con il diavolo, raffinato, divertente, mordace, generoso, l´esatto contrario del francese medio, insomma, Rouch invece rappresenta per me il francese tipo. Con la sua noncuranza, la sua vivacità, la sua gentilezza di stampo antico, le sue ampiezze – mai una caduta di stile, mai una mancanza di tatto – Jean Rouch ama la vita e ne è ampiamente contraccambiato. Egli è moderato ma senza avarizie, elegante ma senza ostentazione, amichevole ma senza indiscrezioni, gaudente ma senza eccessi…".


 


                   Programma


Sabato 2 aprile


ore 16,30 e 18,30


Bataille sur le grand fleuve (1951, colore, 33´, v.o.)


Yenendi, les hommes qui font la pluie (1951, colore, 35´, v.o., videoproiezione)


Les Maîtres fous (1955, colore, 36´, v.o. con sottotitoli italiani)


ore 20,30 e 22,30


La Goumbé des jeunes noceurs (1965, colore, 30´,v.o.)


Moi, un noir (1958, colore, 73´, v.o. con sottotitoli italiani)


 


Domenica 3 aprile


ore 16,30 e 18,30


La Goumbé des jeunes noceurs (1965, colore, 30´ v.o.)


Moi, un noir (1958, colore, 73´, v.o. con sottotitoli italiani)


ore 20,30 e 22,30


Bataille sur le grand fleuve (1950, colore, 33´, v.o.)


Yenendi, les hommes qui font la pluie (1951, colore, 35´,v.o., videoproiezione)


Les Maîtres fous (1955, colore, 36´, v.o. con sottotitoli italiani)


 


Lunedì 4 aprile


ore 17,15 e 19,00


Chronique d´un été di Jean Rouch, Edgar Morin (1960, b/n, 90´, v.o. con sottotitoli italiani)


ore 20,45 e 22,30


La pyramide humaine (1961, colore, 90´, v.o.)


 


Martedì 5 aprile


 


Convegno "Jean Rouch"


                ore 9.30-13.30 / 14.30-18.00


                               Académie de France à Rome – Villa Medici – Viale Trinità dei Monti, 1 Roma


 


Come la volpe pallida della mitologia Dogon, Jean Rouch ha seminato il disordine rimettendo in discussione l´ordine stabilito con la sua camera, le sue parole e i suoi scritti.  Con questo spirito provocatore, l´incontro mira a fornire qualche elemento di risposta alla domanda : Jean Rouch, e poi ?


                                 Interverranno al convegno:


Richard Peduzzi (Direttore dell'Accademia di Francia a Roma), Loïc Hennekinne (Ambasciatore di Francia in Italia), Martine Boiteux (EHESS, Parigi), Clara Gallini (Università La Sapienza, Roma), Marc-Henri Piault (CNRS, Presidente del Comitato del Film etnografico), Jean-Paul Colleyn (EHESS, Parigi), Francesco Faeta (Università di Messina), Luigi Maria Lombardi Satriani (Università La Sapienza, Roma), Daniel Fabre (EHESS Parigi e Università Tor Vergata, Roma), Riccardo Putti (Università di Siena), Vincenzo Padiglione (Università La Sapienza, Roma), Giorgio De Vincenti (Università di Roma Tre).


 


Martedì 5 aprile


ore 17,15 e 19,00


La pyramide humaine (1961, colore, 90´, v.o.)


ore 20,45 e 22,30


Chronique d´un été di Jean Rouch, Edgar Morin (1960, b/n, 90´, v.o. con sottotitoli italiani)


 


Mercoledì 6 aprile


ore 16,00 e 18,00


La chasse au lion à l´arc (1965, colore, 80´, v.o., videoproiezione)


Batteries Dogon (o Tambours de pierre) (1966, colore, 30´, v.o.)


ore 20,00 e 22,30


Jaguar (1967, colore, 131´, v.o. con sottotitoli italiani)


 


Giovedì 7 aprile


ore 15,50 e 18,15


Jaguar (1967, colore, 131´, v.o. con sottotitoli italiani)


ore 20,40 e 22,40


La chasse au lion à l´arc (1965, colore, 80´, v.o., videoproiezione)


Batteries Dogon (o Tambours de pierre) (1966, colore, 30´, v.o.)


 


Venerdì 8 aprile


ore 16,30 e 18,30


Petit à petit (1972, colore, 90´, v.o.) / segue / Tourou et Bitti (1971, colore, 8´, v.o.)


ore 20,30 e 22,30


Horendi  (1972, colore, 70´, v.o.) / segue / Bateau givre (1987, 30´, v.o.)


 


Sabato 9 aprile


ore 16,30 e 18,30


Horendi  (1972, colore, 70´, v.o.) / segue / Bateau givre (1987, 30´, v.o.)


ore 20,20 e 22,30


Petit à petit (1972, colore, 90´, v.o.) / segue / Bateau givre (1987, 30´, v.o.)


 


Domenica 10 aprile


ore 16,15 Moi, un noir (1958, colore, 73´, v.o. con sottotitoli italiani)


 Les Maîtres fous  (1955, colore, 36´, v.o. con sottotitoli italiani)


 


ore 18,30 Chronique d´un été di Jean Rouch, Edgar Morin (1960, b/n, 90´, v.o. con sottotitoli italiani)


 


ore 20,20 La chasse au lion à l´arc (1965, colore, 80´, v.o., videoproiezione)


 Batteries Dogon  (o Tambours de pierre) (1966, colore, 30´, v.o.)


 


ore 22,30 Jaguar (1967, colore, 131´, v.o. con sottotitoli italiani)


 


Ingresso Euro 5,00 – Ridotto Euro 4,00 / Abbonamento a cinque ingressi Euro 15,00


Rassegna a cura di Americo Sbardella


Il programma potrebbe subire alcune variazioni


 


I FILM DELLA RASSEGNA in ordine alfabetico


 


Bataille sur le grand fleuve (1950, colore, 25´, v.o.) Aiuto-regista: Roger Rosfelder


 


Rouch, ingegnere civile, partito alla volta del Niger per costruire ponti e strade negli anni Quaranta, inizia dopo poco tempo a girare i suoi primi documentari, conquistato dal fascino del grande fiume e delle sue rive ricoperte di alberi maestosi dove poteva sentire di frequente il bramito degli animali selvaggi all´abbeverata. Ma anche sinceramente, fraternamente interessato ad entrare in un reale contatto con gli abitanti dei villaggi, con la loro "joie de vivre" e con quell´«umanesimo della socialità» così disarmante. Bataille sur le grand fleuve è uno dei suoi primi documentari, girato nel Niger, ad Ayouran e a Firgoun: la caccia all´ippopotamo con l´arpione da parte dei Sorko che abitano le rive del Niger.


 


Bateau Givre (Episodio di Brise glace; 1987, colore, 35´, v.o.)


musica: Jorge Arriagada; fotografia: Katalin Volsanszky; con Claude Becker, Jean Rouch.


Prodotto dal Ministère des Affaires Étrangères e dallo Svenska Filminstitutet.


 


Filmato sul rompighiaccio svedese Frej la cui missione è quella di scortare le imbarcazioni prigioniere dei ghiacci in alto mare. Rouch ci mostra il lavoro giornaliero dell´equipaggio sulla nave. È un episodio del film collettivo Brise glace. Gli altri due episodi sono di R. Ruiz e T. Törnroth.


 


Batteries Dogon, éléments pour une étude des rythmes, o Tambours de pierre (1966, colore, 25´, v.o.)


Soggetto: Germaine Dieterlen, Gilbert Rouget


 


I giovani cacciatori di capre selvatiche sui dirupi di Bandiagara (Mali) suonano i tamburi di pietra dei loro antenati: un film etno-musicologico che descrive le sottili performance della mano destra e della mano sinistra dei suonatori di tamburo Dogon.


 


La chasse au lion à l´arc (1965, colore, 80´; v.o., videoproiezione) Aiuto-regista: Damouré Zika, Lam Ibrahima Dia; suono: Idrissa Meiga, Moussa Amidou; con alcuni cacciatori di leoni (Gao) del Niger e del Mali.


Leone d´oro alla XXVIa  Mostra di Venezia (1965).


 


I materiali per questo film sono stati raccolti in sette anni, in un periodo che va dal 1957 al 1964, tra i pastori Fulani e gli abitanti dei villaggi Songhay, nella Savana del Niger del nord, del Mali e dell´Alto Volta (Burkina Faso). I Songhay chiamano questa regione "la boscaglia che è più remota del lontano paese che non sta da nessuna parte". I cacciatori di leoni sono una casta ereditaria Songhay, i Gao; solo loro possono cacciarli, i pastori Fulani si devono limitare ad allontanarli con le pietre. I leoni generalmente uccidono il bestiame malato o ferito, ma in qualche occasione possono attaccare un gregge in buona salute. I Gao sono allora capaci d´individuare il leone responsabile perché conoscono le caratteristiche e le abitudini di ogni singolo animale. Nel film, per esempio, i cacciatori stanno cercando "l´Americano" un leone così chiamato per la sua forza e la sua astuzia. I Gao cantano le lodi non soltanto dei cacciatori ma anche del leone cacciato. Una volta caduto in trappola, l´animale è colpito con frecce avvelenate e viene ad esso ingiunto di morire rapidamente e di dimenticare i cacciatori. Il suo corpo è colpito tre volte per liberare la sua anima, in modo che essa non faccia impazzire i cacciatori.


 


Chronique d'un été (Cronaca di un´estate, 1960, b/n, 90´; v.o. con sottotitoli italiani). Co-regia: Edgar Morin; fotografia: Roger Morillère, Raoul Coutard, Jean-Jacques Tarbès, Michel Brault; montaggio: Jean Ravel, Nina Baratier, Françoise Colin; con Marceline Loridan, Marilou Parolini, Angélo, Jean-Pierre.


Gran Premio della Giuria a Cannes (1961) e, lo stesso anno, premiato anche a Venezia e Mannheim.


 


"Questo film è una ricerca. (...) Questa ricerca non mira a descrivere: è un´esperienza vissuta dagli autori e dagli attori. Non è un film sociologico in senso stretto. Il film sociologico indaga la società. È un film etnologico nel senso forte del termine: cerca l´uomo. È un´esperienza di interrogazione cinematografica. «Come vivi?». Cioè non soltanto il modo di vita (abitazione, lavoro, tempo libero) ma lo stile di vita, l´atteggiamento nei confronti di sé e degli altri, il modo di concepire i propri più intimi problemi e la risposta a tali problemi". (Edgar Morin e J. Rouch, Chronique d´un été, «Domaine cinéma», quaderni trimestrali, InterSpectacles, inverno 1961-62.)


"Al contrario del cinema diretto praticato in America, fondato sull´azione, il cinema di Rouch si basa soprattutto sulla parola (monologo, dialogo, dibattito). […] Edgar Morin vede in Chronique d´un été la prima manifestazione – in Francia beninteso – di un cinema autenticamente parlato: le parole sgorgano nel momento stesso in cui vediamo le cose. Il che non esisteva nei film girati in esterni e post-sincronizzati. […] Il cinema all´interno del cinema interviene per garantire una certa sincerità nei confronti dello spettatore, per non nascondergli mai che si tratta di un film; ma anche per permettere al personaggio di confrontarsi con la propria immagine sullo schermo e, a rigore, per rettificarla.". (Gilles Marsolasi, L´aventure du cinéma direct, Seghers, Parigi 1974, pp. 270-273.)


 


La Goumbé des jeunes noceurs (1965, colore, 16mm ingrandito a 35mm, 30´, v.o.).


Prodotto dal CNRS e da Films de la Pléiade.


 


La Goumbé è un´associazione volontaria di giovani "viveurs" (i noceurs) dell´Alto-Volta (Burkina Faso) che lavorano ad Abidjan, nella Costa d´Avorio. Il film prima ci mostra i membri dell´associazione al lavoro e poi in una riunione che si conclude in un locale di Treichville. Le "Goumbés" sono associazioni di mutuo soccorso  ma sono anche finalizzate ad organizzare il divertimento dei membri e prendono il nome da un tamburo quadrato che serve come base ritmica alle loro danze. L´associazione è composta da musicisti e da danzatori. Ogni settimana i danzatori inventano nuovi passi di danza e una volta al mese i musicisti compongono nuove canzoni. La grande riunione ha luogo il sabato sera e la domenica pomeriggio nelle strade di Treichville. Tutti i membri dell´associazione sono vestiti nello stesso modo: camicia bianca e pantaloni neri; all´inizio i danzatori seguono il ritmo dei tamburi ma in seguito, quando arriva l´ispirazione, diventano i leader dell´orchestra che segue i loro passi di danza.


 


Horendi (1972, colore, 30´, v.o.)


 


Il film è stato realizzato in Niger. Due donne, possedute da Kirey, il genio del fulmine, passano insieme i sette giorni dell´iniziazione. Un´analisi insolita dei rapporti tra danza e musica nel corso di una cerimonia di iniziazione.


 


Jaguar (1957-1967, colore, 131´, v.o. con sottotitoli italiani)


Commento e dialoghi: Damouré Zika, Lam Ibrahima Dia, Illo Gaoudel; voce recitante: Jean Rouch; suono: Damouré Zika; musica: Enos Amelodon, Tallou Mouzourane, Molo Kari; con Damouré Zika, Lam Ibrahima Dia, Illo Gaoudel.


 


Il viaggio di tre giovani, Lam, Illo e Damouré, dalla loro terra, la Savana del Niger, per cercare fortuna sulla costa, nelle città del Ghana. Il film è la storia dei loro viaggi, dei loro incontri lungo la strada, delle loro esperienze ad Accra e a Kumasi, in Ghana e, dopo tre mesi, del loro ritorno a casa, dagli amici e familiari. All´inizio la narrazione è unica; arrivati sulla costa i tre giovani si separano (tri-ripartizione del racconto); si ritroveranno al mercato di Kumasi, dove uniranno i loro sforzi mettendo su un negozio (la narrazione ridiventa unica). Il modello formale non è sovrapposto ma nasce in modo `naturale´ dalle azioni concrete. Il film, realizzato nell´arco di dieci anni, è in parte `documentario´, in parte `fiction´ e in parte `commento riflessivo. Quando Rouch iniziò, negli anni ´50, a girare Jaguar  non esistevano attrezzature portatili con il suono sincronizzato e, quindi, il regista improvvisa una narrazione mentre i tre personaggi principali (i suoi amici e complici) rivedono in anni diversi i materiali girati, anch´essi improvvisati lungo il cammino. La colonna sonora che ne risulta consiste in dialoghi `ricordati´, in scherzi, esclamazioni, in domande e risposte a proposito dell´azione che si sviluppa dallo schermo. Un racconto reale pieno di vita e di umorismo, un viaggio, quello verso la costa, che è nello spazio ma anche nel tempo e nella mente. Rouch, con la presenza dichiarata della macchina da presa, vuole instaurare un rapporto nuovo tra schermo e pubblico: non più consumatori passivi, ma spettatori consapevoli, critici, creativi. Un discorso questo vicino alle posizioni di alcuni dei maggiori cineasti del New American Cinema.


"Quest´idea della finzione mi deriva – dato che non pretendo d´inventare nulle – da quelli che considero i due padri del cinema: Flaherty e Vertov. Sono veramente per me quelli che hanno fatto di più, che hanno inventato tutto. Flaherty faceva del documentario di finzione, faceva Nanook, fin dall´inizio: l´igloo di Nanook è un falso igloo, per ragioni d´illuminazione, e Flaherty ha chiesto a Nanook di recitare i suoi gesti quotidiani. Era la sola maniera di procedere; era, per così dire, una finzione in ambienti e condizioni reali. Vertov pretendeva di essere contro tutti i film di finzione e per il documentario, ma filmando la vita all´imprevisto finiva con l´avere una realtà ancor più fantastica della finzione. L´uomo con la macchina da presa è un film completamente fittizio, che si apre veramente su un altro mondo. Il terzo elemento che ha agito su di me è qualcosa il cui modello può essere trovato nel film di Ejzenstejn sul Messico (Que viva Mexico!). Ejzenstejn è riuscito a fare una cosa prodigiosa, ricostruire totalmente un universo ieratico che non ha nulla a che vedere con la realtà, che utilizza gli ambienti, i volti, certe decorazioni, e che è l´immagine certamente più reale del Messico del periodo in cui ha girato il film." (Intervista a J. Rouch, a cura di Cinema 8 Film, nel numero A. n. 4, Autunno 1967)


 


Les Maîtres fous (1955, colore, 30´, v.o. con sottotitoli italiani). Suono: Damouré Zika; montaggio: Suzanne Baron.


Gran premio della Biennale internazionale del Cinema di Venezia (1957).


 


Rouch filma una cerimonia della setta Hauka, nata negli anni Venti in Nigeria. I membri della confraternita, generalmente degli immigrati nigeriani provenienti da villaggi rurali, sono posseduti dagli spiriti degli amministratori coloniali ed imitano l´uomo bianco e la sua donna. Lo spettacolo è esotico e fascinoso e interessante è l´analisi marxista di Rouch, ma ancora più notevole è il quadro efficace dei "rituali alterati" che il film ci restituisce.


imagery dei Maîtres fous è potente e spesso disturbante: agli uomini posseduti roteano gli occhi e la loro bocca si riempie di schiuma; un cane viene sacrificato; i posseduti leccano il suo sangue, poi lo bollono, lo mangiano, in violazione di un tabù e con delle specie di torce si bruciano i corpi.


L´opera di Jean Genet, Les Noirs, fu modellata sull´invenzione Hauka nella quale i neri assumono il ruolo dei padroni e il Marat/Sade di Peter Brook fu influenzato dalla teatralità e dal linguaggio inventato della possessione Hauka (anche se in un´intervista Rouch aveva ricordato che per i seguaci della setta non si trattava di teatro ma di realtà).


 


Moi, un noir (1958, colore, 73´, v.o. con sottotitoli italiani)


Sceneggiatura: J. Rouch; musica: orchestra diretta da Yapi Joseph Degré, canzoni interpretate da Miryam Touré, N'Daye Yéro, Amadou Demba; con Oumarou Ganda (E. G. Robinson), Petit Tourè, Amadou Demba, Alassane Meiga.


Prix Louis Delluc (1959)


 


Abidjan periferia di Treichville, Costa d´Avorio. Il film mostra la giornata tipo di un manovale del Niger, soprannominato "Edward G. Robinson", e dei suoi amici "Tarzan" e "Eddie Costantine", fatta di lavori saltuari, di boxe, di gioco d´azzardo e di donne che non si fanno corteggiare perché si tratta di una banda di spiantati … In Moi, un noir Rouch appronta un "documentario" nel quale sviluppa separatamente la colonna visiva da quella sonora. Al collage di immagini mute, vera e propria tranche de vie di un gruppo di immigrati nigeriani dall´immaginario collettivo colonizzato dai mezzi di comunicazione di massa occidentali (non a caso i soprannomi "hollywoodiani" dei protagonisti), Rouch aggiunge un doppio commento sonoro, uno suo oggettivo e scientifico, e l´altro di Omarou Ganda, il nigeriano che interpreta Edward G. Robinson, soggettivo e lirico.


"L´originalità di Rouch è quella di aver fatto dei suoi attori dei personaggi. Attori nel senso più semplice dei termine, del resto, per il solo fatto che sono filmati in azione e che Rouch si limita a filmare quest´azione dopo averla (…) organizzata logicamente, nella misura del possibile (…). Edward (…) si allena in sogno per il campionato del mondo di boxe. La palestra è nera come un tunnel. Rouch gira la scena senza illuminazione, (…). Per qualche minuto non si vede nulla. Poi il miracolo: un volto nero si stacca a poco a poco (…). Questa inquadratura è misteriosa e bella come la stampa delle fotografie di Audrey Hepburn in Funny Face. Jean Rouch l´etnologo raggiunge dunque qui Richard Avedon, il più esteta fotografo di moda". (J.-L. Godard, Il cinema è il cinema, a cura di Adriano Aprà, Garzanti, Milano, 1981)


"Mentre stavo facendo Moi, un noir ho girato una sequenza (…) con una macchina da presa con carica a molla (…) facevo una carrellata ed ero obbligato a ricaricare la macchina da presa ogni venti secondi, quindi a fermare l´azione. (...) Abbiamo montato tutto così, uno dietro l´altro, con quelli che si chiamano "cut", e senza nessun elemento incrociato. (…) Normalmente tutte le persone che lo vedevano dicevano: «Ma non è possibile, non si può fare una carrellata con dei pezzi tagliati (cut-cut)?». Ma dopo ci si è accorti che andava molto bene. Era uno dei vecchi luoghi comuni del cinema classico che crollava". (Jean Rouch, in Flavio Vergerio (a cura di) Cinema del nostro tempo, Centro Studi Cinematografici – il Castoro, Milano, 1998)


 


Petit à petit (1969-70, colore, 90´, 16mm ingrandito a 35mm, v.o. – Esiste un´altra versione in 16mm di 250´)


Aiuto-regista e assistente alla fotografia: Philippe Luzuy; suono: Moussa Amidou; sceneggiatura improvvisata dagli attori; con Damouré Zika, Lam Ibrahima Dia, Illo Gaoudel, Safi Faye, Ariane Brunetton, Marie Idrissa.


 


Una favola realizzata come sequel di Jaguar, che racconta le curiose e divertenti avventure di tre "uomini d´affari" della Africa contemporanea (fine anni Sessanta) in cerca di un loro giusto ruolo. Il più gioviale e malizioso di loro, Damouré, mette su un import-export dal nome "Petit à petit". Ed è lui il primo a trasferirsi a Parigi, dove acquista una Bugatti. Dopo varie peripezie i tre, disillusi dalla civiltà moderna, ritornano in Africa e riscoprono i cavalli, il fiume, le canoe: si ritirano allora in una capanna di paglia sulle rive del Niger, convinti che una "nuova civiltà" non si dovrà ispirare al grottesco modello che hanno scoperto a Parigi.


 


La pyramide humaine (1961, colore, 90´, v.o. con sottotitoli italiani)


Sceneggiatura: J: Rouch; fotografia: Louis Miaille; suono: Michel Fano; con Jean Rouch, Nadine Ballot, Denise, Alain, Jean-Claude, Elola, Nathalie, Dominique, Landry, studenti di un liceo di Abidjan (Costa d´Avorio).


 


In un liceo di Abidjan bianchi e neri frequentano le stesse classi, ma, al di fuori della scuola, i due gruppi si ignorano reciprocamente. Rouch sceglie alcuni studenti per interpretare un film nel quale si racconti di come sia possibile l´integrazione tra neri e bianchi. Tra rivalità adolescenziali, danze tribali africane, problemi borghesi dei ragazzi europei, la morte drammatica di uno dei ragazzi e discussioni sulla segregazione razziale, il film nel film dipana la storia di un avvicinamento tra due culture normalmente divise. Alla fine delle riprese gli studenti-attori hanno compiuto lo stesso percorso dei loro doppi cinematografici.


La ricerca etno-antropologica di Rouch ha ispirato tanto il cinéma-vérité quanto il cinéma-directe di ambito americano, oltre ad essere un punto di riferimento per la Nouvelle Vague. Con il suo approccio inedito Rouch ha contribuito all´evoluzione della tecnica (maggiore libertà accordata al regista) e della prassi produttiva (l´impiego di una troupe ridotta, della cinepresa "portatile"). Ne La pyramide humaine emerge fortemente anche l´impegno politico. Il suo intervento diretto nella storia del film è stato criticato sia dal fronte dei documentario che da quello del film di fiction.


"Ciò che anni in comune a scuola non avevano fatto, è riuscito ad ottenere un film, le cui riprese non sono durate più di un mese. In un piccolo gruppo di africani ed europei la parola razzismo non ha più significato". (Jean Rouch La piramide umana «Cinema 60», n.° 6 dic. 1960)


"Radicato nella vita collettiva, dispone ora di una libertà di invenzione sconosciuta nel cinema tradizionale (…)". (...) Certo si è potuto rimproverare a Jean Rouch di intervenire nella realtà, di rifiutare di essere semplicemente testimone, ma sembra giustamente che, in questo caso, pur restando «documentario», il film sfoci nella finzione e la trascini nella realtà, aprendo la strada a un metodo che farebbe del film a soggetto «una realtà possibile» e non un «reale costruito»". (Jesan Mitry, Storia del cinema sperimentale, Mazzotta, 1971, Milano, pp. 260-262.)


 


Tourou et Bitti (1971, colore, 8´, v.o.)


 


Girato nel villaggio di Simiri (Niger) nel 1967. Rituale di possessione durante il quale gli uomini chiedono ai geni della Savana di difendere il raccolto. L´orchestra è composta dai tamburi arcaici (Tourou e Bitti) che sono suonati solo in questa occasione.


 


Yenendi, les hommes qui font la plui (1951, colore, 35´, v.o., videoproiezione). Aiuto-regista: Roger Rosfelder.


 


Realizzato nel villaggio di Simiri, nel Niger, il film ci restituisce, in tutta la loro potenza, le danze di possessione per la pioggia, presso i Songhay di Simiri.


 


Ingresso € 7,00 / Ridotto € 5,00


 


Filmstudio 1 e 2


via degli Orti d´Alibert, 1/c


 00165 Roma (via della Lungara – Trastevere)


tel. 06.68192987 (dalle ore 16,00)