L’amico americano, di Wim Wenders

Posso dire in tutta tranquillità che non sarei quello che sono oggi se attraverso ogni film non avessi capito un po’ meglio il mondo e il mio posto nel mondo. La cosa meravigliosa del fare film non è solo che ti permette di entrare in contatto praticamente con ogni forma d’arte, ma anche che ti consente di condividere le tue esperienze. In effetti si può affrontare un film con l’obiettivo di volere scoprire di più su qualcosa di cui si sa troppo poco, per esempio su sé stessi…” Wim Wenders

Un film sulla condizione di terminalità dell’esistenza umana. Da un lato Tom Ripley (Dennis Hopper) un cowboy/trafficante d’arte in cerca di identità che interroga un registratore per trovare un qualche posto del mondo. Dall’altro Jonathan Zimmermann (Bruno Ganz) corniciaio di Amburgo malato di leucemia che prova a misurare l’ansia del tempo che resta e si inventa killer su commissione.

Dopo la trilogia della strada, Wim Wenders  imbastisce una robusta trama noir ispirandosi al romanzo Ripley’s Game di Patricia Highsmith e rende più ingarbugliati i suoi quesiti esistenziali. Le storie di Tom e Jonathan sono destinate inevitabilmente a intrecciarsi un po’ come quelle di Orson Welles e Joseph Cotten ne Il terzo uomo. Dopo un primo incontro in cui Jonathan si mostra molto freddo (giudica Tom non un amante dell’arte ma un avido falsario), nasce tra i due una progressiva attrazione che li porta ad essere prima amici e poi complici.

Ispirato dai quadri di Edward Hopper, Wenders chiede dei colori caldi, febbrili, avvolgenti e il direttore della fotografia Robby Müller si inventa i kino-fows, luci fluorescenti dal forte potenziale evocativo. Molto suggestive le scene di Parigi con la evidente influenza della luce di Storaro per Ultimo tango a Parigi, con un medesimo movimento di macchina che dall’alto si porta verso il basso a inquadrare Marlon Brando/ Bruno Ganz. Il dividere l’azione tra New York, Amburgo e Parigi consente un continuo cambio di sfondo che amplifica la distanza tra i due protagonisti e il mondo circostante. Terra e acqua (di mare o di fiume), sempre separati da una striscia invisibile, inafferrabile. In questi vuoti, in questi silenzi viaggia il cinema di Wenders. Sguardi smarriti fuori dalla finestra, confusioni, solitudini, problemi di vista (il pittore Derwatt si chiude un occhio per provare ad accomodare): pur cambiando il continente di riferimento la ricerca di senso rimane la stessa. L’occhio con cui viene guardata l’America è quello di un europeo che prova ad uscire dalla sua cornice di riferimento: vi è un misto di attrazione e repulsione; da una parte il mito (Nick Ray, Samuel Fuller che interpretano rispettivamente il ruolo del pittore Derwatt e del gangster l’Americano) dall’altra la mancanza di un confine, di un limite, la ipertrofia spaziale che si tramuta in spaesamento temporale (“so sempre di meno chi sono io e chi sono gli altri…”).

Il fronteggiarsi di Jonathan e Tom è anche un duello di canzoni masticate tra i denti, quasi con la paura di rivelare e rivelarsi: “Too much on my mind” dei the Kinks (dall’album Face to Face del 1966) per il malato senza speranza e “I Pity the Poor Immigrant” di Bob Dylan per l’ultimo buscadero che vede nell’amico morente quel sussulto di pietà che lo fa sentire per un istante vivo (“I pity the poor immigrant whose strenght is spent in vain…). Uno lo specchio dell’altro, simmetrici anche nei piccoli regali, cercando nella magia di un effetto speciale (sul modello della lanterna magica) di ritrovare il rapporto ormai perduto con la realtà visibile. Il treno è una metafora ricorrente nel film: compare nei quadri del pittore Derwatt, nella lanterna magica del figlio dei Zimmermann, nelle stazioni di Amburgo o nella metropolitana di Parigi.

A differenza di Falso movimento e Nel corso del tempo, Wim Wenders regala il meglio di sé proprio nelle scene d’azione: la prima si svolge nella stazione di metropolitana La Défense ed è un lungo inseguimento costellato di errori, imbarazzi, cadute, addormentamenti che colorano il noir di grottesco; la seconda si sviluppa all’interno del treno Monaco-Amburgo e sembra anticipare di vent’anni i killer imbranati delle opere dei fratelli Coen. Si può fingere di essere un’altra persona e indossare una maschera ma alla fine si rischia di perdere la strada e dimenticare il senso del viaggio. Zimmerman inizia una lunga fuga sul maggiolino rosso attraverso il bagnasciuga per scoprire la zona d’ombra tra terra e mare. Un Travis Bickle che ha abbandonato il suo taxi e che ha una maggiore consapevolezza del proprio fallimento esistenziale. Tom è un cowboy disarcionato da cavallo che ritorna nel bozzolo di seta del suo pensiero alienato. Quo vadis cowboy? Quale è il tuo posto nel mondo?

 

Titolo originale: Der Amerikanische Freund

Regia: Wim Wenders

Interpreti: Bruno Ganz, Dennis Hopper, Lou Castel, Lisa Kreuzer, Gérard Blain, Samuel Fuller, Nicholas Ray, Jean Eustache

Distribuzione: VIGGO

Durata: 128′

Origine: Germania/Francia 1977

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