Parola di Dio, di Kirill Serebrennikov

Si respira aria di scandalo. Un attacco diretto alla Parola, alla Sacra Scrittura, all’istituzione religiosa. Un attacco che avviene portato avanti, per altro, con le stesse armi, con il linguaggio neotestamentario della parabola. A partire dal lavoro teatrale di Marius von Mayenburg, Kirill Serebrennikov (già vincitore della prima edizione della Festa del Cinema di Roma) costruisce un apologo sull’intolleranza e il confessionalismo ottuso e malcelato della società russa.

Siamo in una città non identificata (il film è girato nell’enclave di Kaliningrad). Il giovane Veniamin getta scompiglio nel liceo che frequente, a causa della sua intransigenza religiosa. È una specie di profeta folle, che rifiuta il contatto fisico con i compagni e ne sferza i costumi a furia di citazioni bibliche, puntualmente rimandate alla fonte dalle innumerevoli scritte in sovrimpressione che attraversano le immagini. Riesce a legare solo con un ragazzo isolato dal resto dei compagni, per via della sua timidezza e della sua menomazione fisica. E ne sfrutta la simpatia – non del tutto disinteressata – per portare avanti le sue convinzioni e i suoi piani. Ma tutti, chi più chi meno, sembrano subire la furia e il carisma di Veniamin. L’unica che lo affronta a viso aperto, con una determinazione forse non meno folle, è la professoressa di biologia, Elena Lvovna. Dal conflitto tra i due verranno fuori discussioni epiche sull’evoluzionismo darwiniano, sul sesso e la contraccezione. Fino alle derive più impensate.

parola-di-dioSerebrennikov va avanti dritto come un treno nella dimostrazione della sua tesi, lungo i binari tracciati dalla piéce di Mayenburg. Racconta il montare del fanatismo religioso del suo “discepolo” come una progressione geometrica inarrestabile, dai primi segni di un isolamento “sociale” alla definitiva affermazione di una visione antistorica, irrazionale, violenta e intollerante. Dalle prime invettive contro i bikini indossati dalle ragazze durante le lezioni di nuoto, si passa, senza soluzione di continuità, alla condanna inappellabile dell’omosessualità e all’odio antisemitico. Fino alla pretesa di poter essere la “spada” di Dio, chiamata a raddrizzare i torti e ad estirpare la mala piaga che affligge la terra.

Il percorso è chiaro, inevitabile. A partire da certe premesse, che siano convinzioni personali o disagi psicologici, non possono che derivare determinate conseguenze.

Nella visione di Serebrennikov la religione, il cristianesimo quanto meno, è una forza oscura che attecchisce sulle fragilità e paure individuali, per imporsi poi come un’ortodossia che informa di sé il tessuto sociale, la struttura dei rapporti di forza, attraverso l’adesione esplicita o l’accettazione supina. I risvolti più inquietanti di The Student, infatti, stanno non tanto nelle farneticazioni profetiche di Veniamin, quanto nelle reazione degli altri, degli adulti, della direttrice della scuola, dei professori, che, pur rimproverando gli eccessi comportamentali del ragazzo, finiscono per condividere le sue visioni oltranziste, i suoi giudizi moralistici, persino le sue menzogne più ignobili. Come a dire che il caso di “follia” isolato non è che l’avanguardia millenaristica di un oscurantismo diffuso. La tragedia è solo l’evoluzione naturale, l’albero che cresce spontaneo a partire da queste radici. E il Dio che le ha piantate è un dio vendicativo, un giudice spietato e terribile. Serebrennikov sembra non aver dubbi.

Non c’è nessun’ambiguità, nessuna complessità problematica in The Student, nessuno spiraglio che permetta di guardare la fede da un altro lato, sia quello del bisogno o della speranza, della tradizione o del patrimonio di un popolo. E quindi nessuno spiraglio che dia ai personaggi l’ombra di una terza dimensione, una sostanza vitale e concreta che esuli dalla loro pura e semplice “funzione”, narrativa e intellettuale. Persino Elena, nella sua caparbia visione scientifica, sembra cieca e sorda quasi quanto Veniamin. Sebbene l’origine teatrale venga sorpassata da una macchina mobilissima, capace di registrare una tensione montante, i personaggi restano figure senza cuore, carne e sangue. Nonostante gli interpreti, Petr Skortsov e Victoria Isakova, a dir poco fenomali nella loro presenza fisica e nevrotica. Nel cinema di Serebrennikov, solo l’idea sembra aver diritto d’asilo, a discapito dell’umano. Quasi fosse un mondo altrettanto chiuso e intollerante. È affascinante, ma insopportabile.

Titolo originale: Uchenik

Regia: Kirill Serebrennikov

Interpreti: Viktoriya Isakova, Yuliya Aug, Pyotr Skvortsov

Distribuzione: I Wonder Pictures

Durata: 118′

Origine: Russia 2016