Affare fatto, di Ken Scott

Il film di Ken Scott è uno stanco impasto di buoni sentimenti e trovate poco riuscite, con un Vince Vaughn alle prese con un personaggio che gli sta visibilmente troppo stretto

Che fare se l’azienda per la quale ci si è impegnati anima e corpo, trascurando persino la propria famiglia, come tutto ringraziamento del lavoro di un anno interno decide di abbassare del cinque per cento i compensi? Per Dan Truckerman la soluzione è semplice, salutare una volta per tutte una detestabile Sienna Miller nella versione della donna d’affari senza scrupoli, per mettersi in proprio e, finalmente, iniziare una nuova vita.

In attesa di vederlo alle prese con True Detective 2, Vince Vaughn torna a prendersela con l’etica del lavoro a stelle e strisce, dopo essersi divertito a sbaragliare le regole binarie del linguaggio html, guadagnandosi ne Gli stagisti un posto da Google. Ridimensionando questa volta la sua vocazione da guastafeste e senza, ovviamente, dimenticare quel senso di umanità di cui il suo corpaccione si è sempre fatto veicolo, il suo Dan Truckerman è l’uomo giusto per provare a cambiare, con una nuova piccola impresa con base, provvisoria, al tavolo di un Dunkin’ Donuts e una rocambolesca incursione in terra tedesca, le regole impietose di quel mondo d’affari e alta finanza, dove una stretta di mano con l’uomo giusto basta a cambiare un’intera esistenza. Il problema è che riuscire a stringere quella mano non è così facile come sembra.

Pur senza spingersi fino ad architettare improbabili omicidi o rapimenti, la logica di Affare fatto sembra, insomma, più o meno la stessa dei due capitoli di Come ammazzare il capo e vivere felici, ovvero, riappropriarsi del sogno americano. Tanto che Ken Scott, di nuovo in coppia con Vaughn dopo Delivery Man, remake di quel fortunato Starbuck che porta sempre la sua firma, prende in prestito anche l’idea di una squadra a tre, limitandosi solo a ritoccare un po’ gli equilibri, con Vince Vaughn decisamente al centro del triangolo e Tom Wilkinson e Dave Franco a fargli da spalla comica, tra sogni erotici liberatori e bizzarri coni di nuove parole.

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Ma se, soprattutto, il capitolo firmato da Sean Anders era stato capace di mettere a nudo le dinamiche perverse di tutto un immaginario ormai irrimediabilmente inceppato, Ken Scott, riuscendo ad aggirarsi con un’indifferenza che ha dell’incredibile persino tra le manifestazioni contro il G8, non ha proprio nessuna intenzione di andare oltre la morale edificante e i toni rassicuranti di un film dove tutto finisce per mettersi a posto, con tanto di riscatto sia in ambito lavorativo che famigliare. Il risultato è uno stanco impasto di buoni sentimenti e gag poco riuscite, quando non chiama in causa le debolezze di Tom Wilkinson e Dave Franco, Affare fatto tenta di far leva sui presunti “esotismi” tedeschi, con un Vince Vaughn che, alle prese con un personaggio che gli sta visibilmente troppo stretto, riesce a mettere a segno solo un paio di trovate, la discussione d’affari con il pene di Nick Frost attraverso il “buco glorioso” di un locale gay di Berlino o, quando al cospetto di Sienna Miller e James Marsden, cerca di difendere i vantaggi della sua proposta con addosso gli attillatissimi pantaloni della tenuta da corsa della moglie.

 

 

Titolo originale: Unfinished Business
Regia: Ken Scott
Interpreti: Vince Vaughn, Tom Wilkinson, Dave Franco, Sienna Miller, James Marsden, Nick Frost
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 91’
Origine: USA, 2015

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