"Arrivederci amore, ciao", di Michele Soavi

Il film si rifà ad una programmaticità già rintracciabile nel romanzo di Massimo Carlotto, idealizzando la cattiveria e tenendo lontane le sfumature e le emersioni del non-detto.

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Una didascalia cita i due articoli del nostro codice penale riguardanti la "riabilitazione". La carcassa di un alligatore sanguinante al quale è stato probabilmente inferto un colpo d'arma da fuoco, viene trascinata nella melma di un fiume sudamericano, ripresa a filo d'acqua in soggettiva, per poi sbattere su una roccia. Lo spirito di Arrivederci Amore, Ciao è già dichiaratamente rintracciabile in questa iniziale manciata di secondi, esigua ma d'impatto, violenta per lo spettatore. Violenta come il percorso che il protagonista, l'ex terrorista Giorgio (Alessio Boni), intraprenderà per ottenere il rientro nella società perbene, pulita. Allo stesso modo il film si rifarà ad una programmaticità già rintracciabile nel romanzo di Massimo Carlotto, affermato autore di noir aventi come protagonista l'Alligatore, investigatore privato ed ex galeotto con sete di verità e giustizia, che Soavi appunto omaggia nella prima sequenza e con altri oggetti scenici con l'effigie del rettile. Il mondo di Carlotto sembra un mondo dove i ruoli assegnati devono essere vissuti fino in fondo, nel bene e nel male. Dove sfumature e compromessi dell'agire quotidiano sono premesse di tradimenti sempre più alti e gravi. O aggiustamenti di una continua lotta tra una maggioranza silenziosa, che nella migliore delle ipotesi è distratta o ingenua, ed una lobby di pre-potere o sotto-potere (avvocati, questori, criminali, collaboratori di giustizia) che utilizza la corruzione e il ricatto come strumenti di controllo e di ascesa sociale. Il vissuto dello scrittore gioca sicuramente un ruolo decisivo nell'elaborazione di tale scenario. Da un lato il Sudamerica, terra fascinosa e catalizzatrice degli ideali rivoluzionisti, conosciuta da Carlotto nel suo iter di perseguitato narrato nell'autobiografico romanzo Il fuggiasco (trasposto al cinema nel 2003 con la regia di Andrea Manni). Dall'altro lato il nebbioso nord-est da cui proviene e di cui evidentemente avverte le ombre di un sistema economico inquinato, dove il protagonista Giorgio ricostruisce una seconda vita aprendo un ristorante, aiutato da un avvocato compiacente (Carlo Cecchi) e sposando Roberta (Alina Nedelea), una ragazza innamorata del suo passato ma anche sicura del suo reale ravvedimento. E' curioso come Carlotto, stando alle dichiarazioni rilasciate in conferenza stampa, veda i personaggi femminili come "deboli". L'una perché semplicemente morirà. L'altra, Flora (una Isabella Ferrari raramente così calata empaticamente in un personaggio), perché cederà ai ricatti sessuali di Giorgio allo scopo di salvare il marito ed il negozio di calzature. In realtà verrà messo da entrambe con le spalle al muro. Roberta ne smaschererà il turpe volto e l'impossibilità di nascondere dentro di sé la propria pesante verità, costringendolo a reiterare la macabra coerenza che lo ha portato sin lì. Flora lo scaricherà una volta esauritosi il patto quando lui pensava di averla ormai conquistata. L'impressione è che Carlotto sia alla fine collusivo con la figura di Giorgio e le sue dinamiche relazionali, vedendo nelle persone più degli strumenti e rinunciando alle sfumature emotive (in ciò uno ieratico Alessio Boni ha funzionato benissimo). Come se alla fine fosse lui e la sua generazione di quelli che hanno "sbagliato" ad essere veramente consapevoli. Gli altri, sotto i loro ombrelli come nella sequenza finale, sono figure lontani, marginali. Per questo da tradire. Senza scrupoli.

Il problema del tradimento non se lo è posto certamente il buon Michele Soavi, che ha aderito in pieno al mondo letterario del romanzo. Anche lui ha idealizzato la cattiveria, rivendicando con ripetute affermazioni l'assenza di rassicurazioni e di finali consolatori (ma forse sbaglia bersaglio perché ultimamente semmai si è mitizzato il finale aperto ed un cosiddetto "lieto fine" in questo cinema italiano avrebbe addirittura un carattere sovversivo). Assente dal grande dei schermo dai tempi di Della morte Dellamore del '93, il regista si è saputo affermare nei recenti anni in fiction televisive che riprendevano anch'esse episodi della nostra storia recente: da Ultimo 2 – La sfida alla Uno Bianca fino a L'ultima pallottola (ed è in progetto Attacco allo Stato, sulle nuove Brigate Rosse, dall'omicidio D'Antona all'arresto di Nadia Lioce). Se nel medium catodico Soavi ha potuto con facilità liberare ed affermare il proprio compulsivo estro visionario, supportato tra l'altro da un forte senso del ritmo e della drammaticità, diverso è il discorso per il grande schermo. Come mosso da un orgoglio irrefrenabile, il regista de La Chiesa e La Setta sembra troppo interessato ai suoi meccanismi. Studiati, raffinati ed insinuanti. La sequenza dell'incubo "mortale" di Roberta è magistrale con l'overload della canzone che dà il titolo al film (che Giorgio ascoltava in radio quando in Sudamerica uccise un compagno a sangue freddo), per quanto sconti più di un debito con Dario Argento, figura dal quale evidentemente Soavi non riesce ad affrancarsi del tutto. Il merito è quello di tenersi sempre un passo dietro al virtuosismo ed alla gratuità. Purtroppo sembrano averne risentito le atmosfere, i rimandi, l'emersione del non-detto. E si avverte il rimpianto per non aver puntato maggiormente sull'umanità dei personaggi, con attori che sembrano nati nei rispettivi ruoli. In particolare Michele Placido che gioca la carta del grottesco con la figura del vice-questore della Digos ed il suo crescendo di ricatti (che porteranno Giorgio a far arrestare decine di compagni terroristi e a commettere clamorose rapine) verso il protagonista, di cui possiede una foto che lo ritrae come esecutore di un attentato. In ciò riecheggiando il mondo a tinte forti di Elio Petri e ritagliandosi come attore, oltre che come regista, una figura di primo piano nel cinema civile contemporaneo. Una posizione che forse lo porterà un giorno a realizzare il tanto agognato film-verità su Falcone e Borsellino. Noi gli auguriamo anche di continuare anche sulla strada tracciata da Ovunque Sei, poesia per immagini che ha rappresentato una vera anomalia nel panorama produttivo odierno. Anche su quella strada passa l'impegno.


Regia: Michele Soavi


Interpreti: Alessio Boni, Michele Placido, Isabella Ferrari, Alina Nedelea, Carlo Cecchi

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Distribuzione: Mikado


Durata: 107'


Origine: Italia- Francia, 2005

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UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ

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