BERLINALE 64 – The Little House, di Yoji Yamada (Concorso)

the little houseÈ incredibile come possa bastare un solo film a cancellare in un colpo solo tutti gli altri visti in concorso. Semplicemente col silenzio. E, ancora una volta, stupisce scoprire come gli sguardi più "vecchi" siano anche i più vivi.

Yoji Yamada porta in dono con The Little House un melodramma talmente trattenuto, da non poter far a mano di esploderti dentro. Un grumo di ricordi in cui i sentimenti non sono mai dichiarati, esplicitati, eppure non hanno timore a mostrarsi nella loro innocenza. A volte sono talmente chiari da non lasciare scampo, altre volte sono indefiniti, sorprendenti. Potrebbero risultare addirittura torbidi, se non si avesse il coraggio di tramutarli in lacrime e sorrisi. Ma quel che conta è che restano vivi, palpabili, pur se racchiusi nel fuoricampo di una stanza che non vedremo mai, affidati a una lettera che non sarà mai consegnata. Da aprire solo a distanza di anni, quando il tempo avrà tramutato la passione in una lacerante, splendida malinconia.

 

Tutto passa attraverso le pagine dei ricordi dell'anziana Taki, con il cui funerale si apre il film. Un vero e proprio romanzo, riletto dal nipote prediletto Takeshi, che ne ha seguito passo dopo passo la stesura, intervenendo, correggendo, suggerendo. Raccontami dei tuoi amori, ne avrai avuti di pretendenti, perché non ti sei mai sposata, dimmi della tua giovinezza, veramente facevi la cameriera, e com'era la guerra? Devi essere più obbiettiva, devi dire la verità. Richiami che per quella vecchia zia non vogliono dir nulla. Per lei l'unica prospettiva possibile è quella della sua vita, quella scolpita nei ricordi che si materializzano ogni volta che chiude gli occhi. Quelli che fanno male più delle malattie, dei dolori alla schiena. "Ho vissuto troppo a lungo" e giù lacrime. Sì, Taki ha vissuto troppo a lungo per poter dire tutta la verità. Ma proprio per lo stesso motivo, non può dire altro che la verità, l'unica possibile, quella del cuore e del tempo.

 

the little houseRaccontando le vicende di Taki e della famiglia Hirai, del sensibile Shoji Itakura, quello con la faccia da artista, Yamada ripercorre gli anni della guerra infinita, dal 1931 al 1945. Senza praticamente uscire mai da quella casa col tetto rosso sulle colline di Tokyo. La città, la Storia, tutto è in quella casa, come una condizione, un'emanazione, un'eco. E non c'è bisogno di far vedere le cose, mostrarle, dare spettacolo. Non serve neanche una voce, una radio, basta un giornale in casa, un vicino che porta una notizia, una lettera di chiamata alle armi. O gli alti e bassi di un'industria di giocattoli, che per uno di quegli strani paradossi del mondo, vanno di pari passo con i destini della guerra.

Davvero non serve nulla. Perché a 83 anni, dopo una carriera infinita, Yamada respira cinema. Non può far altro. Senza ne morrebbe. Il suo cuore e i suoi occhi hanno sempre vissuto sotto la bandiera della Shochiku, con la fedeltà di un timido impiegato che per decenni ha servito sempre la stessa azienda. Perfettamente integrato nel complesso meccanismo di un sistema industriale. Eppure assolutamente consapevole dei limiti entro cui può prendersi i suoi tempi e i suoi ritmi, delle mille libertà che può permettersi nello spazio piccolissimo del cinema. E perciò gli basta un niente. Un obi fuori posto, una sola benedetta cintura per suggerire un amore consumato. Basta un trasparente, uno di quegli splendidi sfondi notturni palesemente finti. O un bombardamento fatto coi modellini e i mortaretti. Un solo abbraccio per tutto un amore. Non ha bisogno di dieci anni né di un meccanismo, di un progetto serrato o di una scrittura intelligente per raccontare la vita e un'epoca. Gli basta quello che sta tra i pieni e i vuoti delle immagini e delle parole. Gli basta il cinema. E Yamada ha vissuto troppo lungo per sapere che, in questa piccola casa, non è mai la verità quello che conta. Ma la possibilità di farci incontrare, riconoscerci e passare in un breve istante del tempo.