#Berlinale68 – La casa lobo, di Cristobal León e Joaquín Cociña

C’era una volta, un paese dentro un paese. Un posto perso nel sud del Cile, fondato nel 1961 dall’immigrante tedesco Paul Schäfer, che cercava di essere un luogo di favola, o almeno proiettare una illusione di benessere e pace. Un villaggio protetto dal male e le tentazioni mondane, dove vivevano felici e contenti più di 300 tedeschi e cileni, in apparente sorellanza. Ma tra le piccole case di legno, i boschi frondosi pieni di fiori e i bambini coi vestiti tirolesi che cantavano canzoni popolari tedesche tenendosi per mano, c’era un lupo. Uno che non si nascondeva dietro gli alberi, ma si faceva vedere, toccare e sentire. Un lupo che aveva creato il suo mondo di favola, per avere un luogo protetto dove poter essere il cattivo che tutti dovevano amare.

Giocando con i confini tra fiaba e incubo, e prendendo un pezzo della storia recente del Cile da un punto di vista assolutamente inedito, La casa lobo degli artisti visivi cileni Cristobal León e Joaquín Cociña – vincitore del Caligari Filmpreis della sezione Forum – racconta in stop-motion e attraverso figure imperfette fatte di cartapesta, il percorso di Maria, una ragazza tedesca-cilena che si rifugia in una casa abbandonata per scappare da un “lupo” onnipresente che la segue, la tormenta e la spinge a tornare da lui. La storia è basata sull’immaginario di Villa Baviera – nota anche come Colonia Dignidad – insediamento tedesco a 400 chilometri da Santiago del Cile fondato dal medico tedesco, pastore protestante e ex SS Paul Schäfer, accusato di aver abusato per 30 anni dei bambini della comunità. Colonia Dignidad fu anche un luogo di tortura durante la dittatura di Pinochet, un deposito di armi clandestino e un posto da dove nessun membro poteva uscire, nemmeno raccontare la sua versione della storia. Un regno dove Schäfer era il maestro, il profeta, il sovrano assoluto e la punizione definitiva.

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Come se fosse anche fatto di cartapesta, il film trova la sua materialità nei diversi stratileoncociña che la compongo, che s’incontrano e diventano parte di un tutto, per poi dissolversi in acqua e in pittura, perdere la loro forma e sparire. Nella casa lobo coesistono la storia di María, la storia ufficiale di Villa Baviera e anche il racconto sotterraneo di un crimine, di una illegalità che è soltanto raggiungibile attraverso la finzione. Ma oltre ad essere un ritratto di una realtà, il film è anche un film sulla fragilità dei punti di vista e su come una sola storia può trasformarsi in centomila forme diverse e opposte tra loro.

León e Cociña, venendo entrambi del campo delle arti visuali, raccontano questo frammento della storia cilena recente mettendo come protagonisti i materiali, quelli che rendono possibile creare una determinata forma. Più che fissarsi a raggiungere un senso, oppure la perfezione, agli artisti cileni interessa il processo, il fare, come un modo di sottolineare anche la precarietà di un personaggio – reale o immaginario -, della civiltà di un paese, della giustizia, dello stesso cinema. María si muove dentro la casa lobo interagendo con gli elementi come se fossero parte di se stessa, mentre l’intorno perde la sua forma stabile e si rende un altro luogo di insicurezza.

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Così, il film lascia vedere anche le sue imperfezioni, il macchinario dietro l’illusione: le ombre dei registi che si muovono dietro la scenografia, le tracce di un paio di scarpe sporche sopra il pavimento del set, una lampadina che illumina una figura dietro una parete, le mani che muovono una figura inerte. Lì, nella volontà di rendere evidente il trucco e la propria precarietà, è dove La casa Lobo raggiunge il suo senso. Ciò che l’allontana dal cinema artefatto e lo rende un pezzo che si muove in forma naturale, perché sente l’urgenza di raccontare una storia. Un pezzo che anche se è fatto d’acqua e carta, se si scioglie alla luce di una candela, se svanisce soltanto con un piccolo refolo di vento e non trova mai il lieto fine, riesce nella sua esistenza fugace a far vedere ciò che la storia ufficiale non racconterà mai.