#Berlinale70 – Days, di Tsai Ming-liang

Pare che davvero Lee Kang-sheng abbia sofferto di una malattia misteriosa per un po’ di tempo. È, dunque, dal dato reale, dal disagio dell’amico di sempre, che Tsai Ming-liang prende spunto per questo suo ritorno alla “narrazione”. Una specie di diario in presa diretta delle tribolazioni del suo attore, che per forza di cose finiscono per diventare il racconto dei dolori di Hsiao Kang. Che non cammina più con il passo infinitamente rallentato del walker. Ma non è che vada molto più svelto. Gira con il collare e si tiene la testa. Ma per gran parte del tempo è fermo, disteso sul lettino di un agopuntore che prova le sue misteriosissime manovre. O è seduto a fissare qualcosa che può vedere solo lui. Sì, c’è un mondo fuori, come all’inizio un paesaggio che si riflette sui vetri della finestra, mentre arriva la pioggia. Ma non è certo quello il punto, focale o meno. Sì, c’è qualcosa che si nasconde e affiora solo nella durata, con la pazienza dell’osservazione, come l’ombra di un gatto che attraversa lo spazio di una vetrata in frantumi. Ed è una specie di evocazione degli occhi, l’attesa di una visione e di un’apparizione. Un po’ lo stesso gioco rituale che facevamo con il bonzo camminante per le strade di Marsiglia. Ma quello che interessa davvero sta più in fondo ancora, sotto gli occhi vuoti di Lee Kang-sheng, dietro il suo volto ormai segnato dalle rughe. Sta tra la mente e il cuore, qualcosa a cui è difficile persino dare una definizione. Il fuoricampo a cui guarda Tsai Ming-liang è praticamente invisibile. È pulviscolo di sensazioni e sentimenti. Al di là, poi, delle teorie e degli esperimenti a cui ci ha magnificamente abituato in questi ultimi anni.

Ma la domanda è, come si coglie questo invisibile? Forse si sfiora per un attimo a un incrocio delle immagini, tra i pieni e i vuoti. A patto che abbiano il modo di espandersi e durare, di costruire e scolpire lo spazio attraverso il tempo. Uno spazio spoglio, solitario, proprio come un tempo morto, una pausa, un non far niente. L’altro protagonista della storia, Non, vive da solo in una casa fatiscente, si prepara da mangiare con grande cura, si aggira per i mercati. Compie delle azioni, ma in fondo è come se facesse anche lui finta di cercare un senso. Proprio come Hsiao Kang. I due appartengono a mondi diversi, a città diverse. Solitudini che si incontrano per un istante in un albergo di Bangkok. Un massaggio uno scambio invisibili di fluidi e di cuori. Si ritorna alla vita di ogni giorno, ma qualcosa è accaduto, qualcosa che resta ancora nello strato invisibile delle cose, magari nel suono di un carillon. Punto, non c’è nient’altro da dire. Del resto Tsai non ha bisogno di parole per farci sentire le cose, “questo film è intenzionalmente privo di sottotitoli”, si avverte all’inizio. A riprova della cristallina purezza di un cinema “muto” che lavora solo sulla durata dei campi lunghi e dei primi piani, sulla composizione dello spazio, i corpi, i movimenti, i gesti. Ecco, Tsai Ming-liang si prende il tempo per arrivare all’essenza, come il monaco che dipinge l’ideogramma. Tocca il vertice della consapevolezza e il culmine della semplicità, il momento in cui tutta l’arte sembra annullarsi nella purezza del bianco, in cui tutta la teoria si concentra in una dolorosa tenerezza chapliniana. È un gesto d’affetto. È l’unica cosa a cui credo ormai. Non alle immagini, non ai film, non alle storie. Ai gesti d’affetto.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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