#Berlinale70 – Undine, di Christian Petzold

“Se mi lasci dovrò ucciderti” dice Undine a Johannes mentre lui sta interrompendo la loro relazione. È un’altra figura femminile del cinema di Petzold che ricomincia la vita da zero. Non ha il volto sfigurato come Nelly in Il segreto del suo volto, ma il dettaglio sulle lacrime che scorrono sul suo viso mettono in atto un’altra decisa metamorfosi, come molte protagoniste del suo cinema. Undine è una storica che lavora come guida presso lo Stadtmuseum di Berlino. Spesso incontra il suo compagno nel cortile del caffé che si trova di fronte al museo. Dopo che la loro storia è finita, un giorno dentro il bar il suo destino si incrocia con quello di Christoph, un ingegnere subacqueo. Inavvertitamente mandano in frantumi l’acquario che si trova dentro il locale. Da lì comincia un’altra storia.

Undine è un melodramma liquido. L’acqua è un elemento ricorrente. Oltre l’acquario, c’è il lago delle immersioni del protagonista e quella della piscina dove si consuma un evento decisivo. E lì che potrebbe svolgersi gran parte dell’azione. Petzold fa galleggiare Undine e Christoph come aveva già fatto con Marie e Georg nell’ottimo, precedente, La donna dello scrittore. Forse loro, interpretati ancora da Paula Beer e Franz Rogowski, potrebbero essere la reincarnazione dei personaggi del film precedente. Sono ancora figure praticamente senza identità. In La donna dello scrittore restano nascosti nel buio della Storia (il nazismo). In Undine invece sono come dei fantasmi, dove Berlino assume le forme di una città fantasy. Prima raffigurata nel modellino del museo dove la ragazza racconta la storia della metropoli e da dove emergono anche i percorsi della sua dimensione urbanistica. Poi filmata attraverso Undine e Christoph, angeli che sono scesi sulla terra. Si rincorrono al treno, si abbracciano appassionatamente, si immergono nella loro passionale storia d’amore.

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C’è sempre qualcosa che accade all’improvviso nel cinema di Petzold e che rompe gli equilibri. Restano sempre gli sguardi sugli spazi come, per esempio, quello di Undine che osserva dalla finestra del museo il cortile del bar dove incontra il suo compagno. Alcuni momenti, poi sono impetuosi. La camminata di Undine verso il museo dopo che è finita la sua relazione con Johannes, è un frammento di cinema che resta e va ad aggiungersi a quelli che compongono la filmografia oggi di uno dei migliori cineasti tedeschi. Con Undine però rischia di più. Per mostrare una storia di amore e morte, fonde il quotidiano con l’iperrealismo e il risultato a tratti è stonato. Sono le visioni che prendono forma (come quella del pesce gatto) ad essere esplicite quando la forza del cinema di Petzold è stata spesso quella di farle immaginare senza mostrarle entrando sempre istintivamente nella testa delle sue protagoniste. In più, il momento in cui Undine e Christoph incrociano per strada Johannes con la nuova compagna, è una forzatura sul Caso alla Kieślowski e appare un frammento decisamente estraneo all’opera di Petzold. Il cuore che batte si può sentire in altri modi. Anche ricorrendo a un’ironia, anche questa non troppo nelle corde del cineasta tedesco, che almeno delinea nuove strade come nella scena in cui Christoph cerca di far respirare Undine seguendo il ritmo di Stayin’ Alive.

Resta comunque altissima la prova degli attori. Franz Rogowski vive in uno stato di straniato incantesimo. Ma è Paula Beer che lascia il segno in ogni inquadratura. Come una sirena che nuota all’aria aperta.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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