Beyond the Wall, di Vahid Jalilvand

Due miserie in un appartamento solo, un bambino disperso ed una realtà da ritrovare in questo mind movie iraniano che, tra dramma e thriller, riesce ad accecare cuore e cervello. Concorso

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Iran, interno di un bagno scalcagnato. Il cieco e sofferente Ali (Navid Mohammadzadeh) sta per suicidarsi quando le energiche bussate del portiere lo distolgono dal suo tentativo: una donna (Diana Habibi) è scappata dopo aver ucciso un poliziotto e ha trovato rifugio nel palazzo, scampando all’arresto delle forze dell’ordine. L’uomo riprende la sua routine da infermo, muovendosi a fatica all’interno del suo dissestato appartamento come se non accettasse la recente perdita della vista. Un giorno però, dalla porta sul retro, per provare a sfuggire ad un altro tentativo di cattura la ricercata entra in casa. I due individui, accomunati dal dolore che li ha ingiustamente travolti, entrano in contatto provando pian piano ad articolare un piano di fuga che possa permettere alla donna di ricongiungersi col figlioletto smarrito.

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Il regista iraniano Vahid Jalilvand, già passato due volte a Orizzonti, approda al Concorso della 79° edizione della Mostra di Venezia con un film che porta definitivamente allo scoperto le coordinate del suo cinema. Shab, Dakheli, Divar (Beyond the Wall) è infatti un mind-movie che sebbene abbia una risoluzione dell’intreccio tipicamente occidentale, abbastanza truffaldina nello stillicidio di indizi e non grandemente originale, riesce a magnificare le due backstory dei protagonisti con una narrazione soffertissima e registicamente partecipe. Delle due ore di durata, la prima è rivolta alla costruzione di un teso dramma dell’anima: dopo uno spaventoso evento di cui, da spettatori, raccogliamo i cocci delle tracce, Ali ha rinunciato a vivere. Come lui, i suoi mobili sembrano lasciarsi aggredire dalla ruggine mentre le mura esibiscono orgogliose ferite sbrecciate di cemento. L’arrivo di Leila fa ri-scattare nell’uomo naturali e teneri istinti di bonarietà, come nella stupenda scena del riso diviso a metà per un’ospite di cui in quel momento non si ha nemmeno precisa certezza. È uno dei tanti piccoli momenti poetici, inserito fugacemente all’interno di una piccola scena, che fa di questo un grande film. Funzionando meglio come dramma dell’anima piuttosto che come giocattolo thrilleristico da destrutturare, il lungometraggio di Vahid Jalilvand non si lascia sedurre dalle sirene del probabile rifacimento hollywoodiano di qua da venire approdando alla natura squisitamente popolare di un racconto allo stesso tempo seduttivo e respingente: un uomo, una donna, un bambino da ritrovare ed una mente spezzata. L’unico carcere da cui non si può fuggire è quello della colpa, l’unico ergastolo che si può subire è quello delle emozioni represse.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
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