BFM36 – SentieriSelvaggi intervista Adrian Sitaru

In occasione della presentazione in anteprima a BFM36 dei suoi due ultimi lavori, Fixeur e Ilegitim, entrambi datati 2016 ed entrambi in distribuzione nelle sale italiane a partire dal prossimo 22 marzo per Lab 80 film con la collaborazione stessa di BFM, abbiamo incontrato il cineasta rumeno Adrian Sitaru, che ci ha lungamente parlato dei due film, ma anche del suo cinema e dei suoi principali interessi artistici. Sitaru, classe 1971, è autore di fatto poco conosciuto al di fuori del circuito festivaliero, che tende peraltro a collocarlo stabilmente nel quadro della nuova onda rumena, forse finendo per tralasciare l’attenzione che meriterebbe l’autore in sé al di là del contesto di appartenenza e formazione. Regista giovane eppure già notevolmente prolifico, caratterizzato da uno sguardo attento e spesso disincantato quanto tagliente verso il contemporaneo (non solo in riferimento al suo Paese), Sitaru sta dall’altra parte dei cliché e delle schematiche collocazioni valutative dei critici; fedele a temi (e a corpi attoriali) che ritornano spesso nel suo corpus, collegando tra loro come in una tessitura omogenea i suoi disparati lavori, sa però dimostrarsi originale ogni volta, osservando il suo e il nostro mondo da differenti punti di vista, ma sempre restituendolo per com’è effettivamente, senza costruire illusioni, e non mancando di innervare le sue opere di tratti tecnici estremamente personali e riconoscibili, quali soggettive ossessive, piani-sequenza interminabili, immagini cariche di ambiguità che chiedono costantemente l’attenzione e poi la riflessione dello spettatore. Influenzato in parte da interessi “surrealisti” misti alla ricezione spontanea della vita e delle esperienze più forti, Sitaru costruisce catene di punti di vista sul reale, mantenendosi qualche volta sul limite dell’ibrido tra fiction e documentario. Legato a un modo di fare cinema estremamente vivo e fatto di sensi e sensazioni, il regista ci appare in costante mutamento, proprio come la vita, proprio come l’arte alla quale si sente più vicino.

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Alla nostra prima domanda, Sitaru conferma già questo carattere a dir poco intuitivo del suo fare cinema, raccontando dell’evoluzione parallela di Fixeur e Ilegitim ma, in particolare, parlando di quest’ultimo, svela di avere preferito utilizzare la tecnica di un unico ciak per scena, mirando a realizzare un film che fosse più realistico dei precedenti, più affine alla vita nella sua contingenza: «L’idea iniziale era di realizzare un ibrido tra documentario e fiction: fare un esperimento per rendere il film più realistico, perché nella vita le cose succedono un po’ per caso e non vengono pianificate come in una sceneggiatura. Abbiamo elaborato dei personaggi insieme agli attori e deciso di girare un solo ciak per scena, proprio come nella vita (o in un documentario con degli animali nella foresta), nella quale non si possono ripetere le cose. Dati personaggi, loro obiettivi e situazioni, gli attori avevano la libertà di sviluppare e concludere la scena come volevano. L’esercizio andava molto bene, così è venuta l’idea di girare tutto il film in questo modo, un film quindi anche meno caro». Sitaru afferma di amare molto il risultato ottenuto dalla stretta collaborazione collettiva instauratasi sul set di Ilegitim, in particolare con il gruppo attoriale prelevato dalla scuola “InLight” di Bucarest, diretta da Alina Grigore. Il regista stesso si è lasciato trascinare dall’onda dell’improvvisazione, proprio come in una jam session musicale (Sitaru ha, non a caso, un passato da musicista), ove tutti hanno potuto contribuire a un’opera in progress e in costante mutamento su molti fronti, anche su quello della sceneggiatura: «L’elemento dell’incesto è venuto fuori molto tardi, poco prima delle riprese, proprio perché la storia è nata dal confronto tra tutti i partecipanti al progetto».

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Fixeur e Ilegitim sono, dunque, due lavori molto diversi tra loro nonostante la presenza di temi in comune, quali il problema persistente della morale e i dilemmi esistenziali dei singoli personaggi, che appaiono ormai cifre ricorrenti in tutti i film, vicini e lontani, del regista. Tuttavia, anche Fixeur, film fortemente tradizionale, nasce traendo spunto da fatti di vita reali, facendo riferimento a un evento veramente accaduto al collaboratore di Sitaru, Adrian Silisteanu, quando lavorava per un’agenzia di stampa francese nel 2011 e si imbatté in un caso di prostituzione minorile simile a quello di Anca, sul quale fu operata una speculazione mediatica: «Ho sentito subito una grande empatia con questa storia, perché un po’ tutti in nome dell’arte diventiamo ciechi e non riusciamo a vedere che manipoliamo emotivamente gli altri, anche nel caso di imposizioni di idee registiche ad attori adulti. Durante la lavorazione del film, ci siamo anche resi conto che capita a tutti di “abusare” dei nostri figli nella vita privata, soprattutto in un mondo così competitivo…». Sitaru si dimostra regista sensibile al dilemma morale nell’arte come nella vita; pone i propri personaggi di fronte alla necessità della scelta e all’obbligo di pagarne un prezzo a posteriori ma nel frattempo impararne, forse, una lezione (il caso del reporter Radu). Mai giudicante, tuttavia, si tratta per l’appunto di libertà di scegliere in ciascun caso, di raccontare lo spazio dell’indecisione e della fallibilità umane, scavando quando possibile sotto la coltre delle parole per lasciare posto ai gesti e ai sensi, come afferma il regista: «Non credo di potere cambiare l’umanità con Fixeur, ma di invitare le persone che lo hanno visto a chiedere scusa quando si è imposta la propria autorità su qualcuno di indifeso. L’abbraccio finale tra Radu e il piccolo Matei è molto importante, forse più di tutte le parole: sguardo e sensazioni possono essere più importanti delle parole, queste servono ma non sono per forza tutto!».

Un altro dei temi ai quali Sitaru sembrerebbe maggiormente affezionato è proprio quello dei sentimenti, dell’amore e delle sue controversie, che in Ilegitim raggiunge il suo più estremo vertice portando in scena l’amore (ma anche il sesso) impossibile tra due gemelli: «Mi interessa molto l’idea dell’amore impossibile che è senza dubbio il centro di Ilegitim. Società, tabù e famiglia esercitano delle pressioni su di noi che, in alcuni casi, ci impediscono di amare. Si parla spesso del rapporto sesso/amore, del limite tra i due; le due cose sono legate, c’è tutto un dilemma filosofico a riguardo, ma sicuramente tutto è nel nostro cervello». Il regista ci svela a questo punto dell’intervista che di amore impossibile si tratterà anche e soprattutto nel suo prossimo progetto; non si sbilancia Sitaru, ma il tema dei sentimenti è letto, dal suo punto di vista, in modo poco filosofico e molto più concreto, cerebrale, forse proprio come il dolore immaginario provocato dall’“arto fantasma” a cui farà emblematicamente riferimento uno dei personaggi di Fixeur. L’amore è nel cervello perché è frutto di costruzioni immaginarie, di immagini e figure alle volte ingannevoli, ma che aiutano anche a stare bene e trovare, qualche volta, la felicità: «Tutto dipende dal nostro cervello, e questo potrebbe valere per l’amore come per il cinema: cerchiamo quest’illusione per vivere meglio». Ilegitim non è, né mirava a essere, una sorta di film-scandalo con il quale sollevare polemiche e reazioni nell’opinione pubblica rumena: «Già prima dell’uscita del film non mi aspettavo particolari problemi di ricezione da parte del pubblico e della Chiesa, perché di solito questi si concentrano su temi che potrebbero diventare legge, ma non certo sull’incesto, si tratta forse di un tema troppo radicale per essere affrontato: anche nel disinteresse totale c’è una mancanza di morale». E di nuovo il regista torna a parlare di amore: «L’incesto non è il tema principale del film: il tema è piuttosto l’amore puro, che poi diventi anche carnale è una scelta; e comunque, l’amore puro è alla base anche del messaggio della Chiesa, è tra i dettami di Gesù (che credo non abbia mai parlato di incesto). L’amore salva l’anima».

L’intervista a Sitaru si conclude con una breve riflessione sul nuovo cinema rumeno, facendo riferimento in particolar modo alla vittoria dell’Orso d’Oro dell’ultimissima Berlinale da parte di Adina Pintilie, con il suo controverso Touch Me Not: «Sono contento per molti motivi di questa vittoria: prima di tutto perché inizialmente ho collaborato anche io a questo progetto sperimentale, soprattutto per la parte produttiva, che ha avuto grandi difficoltà all’inizio. In secondo luogo, si tratta sì di una “nuova onda” che continua in questa nascente generazione, però è soprattutto un’evoluzione del cinema rumeno. Infine, sono contento anche perché si tratta del film di una donna, e poi anche di un’opera prima. Speriamo che questo migliori la distribuzione, anche se rimane molto difficile fuori dal circuito festivaliero, sia in Romania ma soprattutto nel resto d’Europa». Sitaru è riuscito fortunatamente a oltrepassare lo scoglio delle difficoltà distributive della cinematografia, e i suoi due film saranno in sala finalmente anche in Italia.