Blog STORY – #Larègledujeu

Carmelo Bene amava il genio, disprezzava il talento.

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Il talento è cosa fisiologica, un dato di fatto che non impegna, che non prevede nessuno sforzo. I talentuosi agiscono di puro istinto e, prima o dopo, sbagliano, falliscono miseramente: della loro forza poco o nulla sanno.

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Il genio impone un continuo tradimento: ci si gioca contro. È necessario alterare quelle che sono le proprie percezioni, le direzioni immediate del senso, le strade facili del sentire. Essere geniali impone vivere profondamente dei sensi di colpa per ciò che non bisognerebbe mai fare: mettersi in gioco completamente, strapparsi la maschera, buttarla via.

Se pensiamo al cinema, si riduce paurosamente il numero di quelli che possiamo ascrivere a questa categoria. Lavorare col proprio inconscio significa far funzionare particolarmente bene il proprio conscio.

È necessario partire da qui, dalla definizione di genio, per declinare un tema tanto arbitrario quanto inutile, che, comunque, voglia definire quelle che sono le nuove regole di un gioco molto fattivo, tremendamente operativo, che riguardi il fare cinema.

È angosciante la presenza di questa domanda che tenterebbe di stabilire chi dovrebbe fare cinema. Qua ci limiteremo a tracciare i percorsi di chi fa cinema. Tenendo ben presente che ci troviamo sul bordo di una falda, una linea di demarcazione che segna il confine tra le pratiche del passato e le possibili strategie da utilizzare nel futuro.

Il passato gode, qui da noi, di un paesaggio tranquillo, ormai assestato, composto sostanzialmente da due forze capaci di garantire la fattibilità di un cinema realizzato grazie ai soldi di papà, e la gestione di contatti utili, definiti anche dalla presenza di enti quali il Centro Sperimentale di Cinematografia – che meritava, a sua volta, strategie utili per i pochi posti messi a disposizione.

La domanda di partenza mira a stabilire quali sono i meccanismi capaci di garantire il sostegno alla sopravvivenza: quale film devo fare affinché io possa sopravvivere per generare altro cinema, altri film.

Utilizzo, qui, una parola odiosa: “di regime”, utile a definire lo spazio scandaloso che mette assieme necessità individuali (voglio girare un film, raccontare una storia) e dinamiche sociali (deve esserci un pubblico disposto ad ascoltarmi e a garantirmi, col suo obolo, la sopravvivenza: in ogni modo l’artista è un saltimbanco e, questo termine, garantisce l’estirpazione di ambiti semantici che accrescerebbero la portata del fare: il poeta, qui, non è un vate ma, al limite, una porta d’accesso, una realtà capace di mettere in comunicazione mondi diversi). Al di fuori di questa dinamica commerciale non esiste vera arte: il termine si contamina di realtà onanistiche, individuali, che si pongono al di là di una vera e propria dinamica di scambio: il delirio insensato mortifica e altera definitivamente la realtà sciamanica necessaria a definire l’arte quale pratica funzionale a farci digerire – inutilmente – la morte.

Immerso in un mercato instabile, l’autore ne gestisce o ne paga le conseguenze. Il pubblico che, per un certo numero di anni, ha accettato la presenza di un cinema intellettualizzato, tendenzialmente incapace di riflettere su se stesso era, da un lato, obbligato a quel cinema in quanto subiva il fascino della sala cinematografica al di là dell’oggetto esibito (il film), dall’altro era sostenuto da un dibattito culturale abbastanza chiaro che lo rendeva spettatore di una realtà politica i cui riferimenti non lasciavano dubbi. Una storia infausta, che ha generato scuole di adepti incapaci di generare cinema, desiderosi solo di godere di un’indiscriminata condivisione d’un’intelligenza che era comunità – certo cinema del contemporaneo tenta di gestire questo territorio ed è, questo, un progetto mostruoso le cui derive sono sotto gli occhi di tutti.

Questa eventualità che legava il cinema come spazio, come struttura, a un pubblico capace di stupirsi al solo spegnersi delle luci della sala, è venuta, naturalmente, meno. Non si può più contare su questo automatismo. Il cinema dei figli di papà fa i conti con una generazione di filmmaker che ha a disposizione territori più instabili e meno vincolati, generati dai cambiamenti del tecnologico, alterati da possibilità immediate di comunicare, di diffondere, di far circolare le proprie storie, i propri racconti, gli eventuali deliri. Il cinema s’imparenta alla letteratura: per fare un film basta volerlo. O poco più. Posso girare un film e mostrarlo a un pubblico indefinito. Apparentemente indefinito.

Potenzialmente, posso far circolare il mio film come uno scrittore può far circolare ciò che scrive, liberamente. I social danno questa possibilità che è, contemporaneamente, reale e illusoria. Accedere al mondo del web apre e, contemporaneamente, chiude. Non conoscerne le regole risulta dannoso e frustrante. I miei lettori essendo indefiniti finiscono per disperdersi. Il lettore implicito, quello che io creo, il mio interlocutore privilegiato, non è sparito, sta là. Sono tenuto a tenerlo in considerazione. Ma, questa volta, è immerso in un magma che non è quello cartaceo: ha sviluppato, suo malgrado, nuove necessità, nuove esigenze, nuove aspettative, nuovi desideri. L’errore sarebbe quello di considerarlo uguale a quello che, normalmente, va in libreria, compra un libro.

Il lettore e lo spettatore cambiano. Sono realtà naturalmente mutevoli: devo prevedere questa mutazione. Utilizzare YouTube quale piattaforma simile a una casa di distribuzione diventa atto insulso, erroneo. YouTube e Facebook trasformano tutti i lettori, tutti gli spettatori. Lo spazio, in questo caso, diventa osceno. Perde la sua necessità di rito, si riduce a atto simbolico.

Voglio ridere. O voglio stupirmi. O voglio inorridire. È il grado zero delle emozioni che declina un tempo rapido, giustificato dalla gran massa di realizzatori che mi permettono di godere dello spazio breve del godimento appunto (il cumshot, versione estrema degli highlights). Riconoscere questo meccanismo è il punto di partenza per brevettare una strategia funzionale al fare cinema.

Ma questo non è che l’inizio.

 

 

Questo articolo è apparso sulla rivista Sentieriselvaggi21st, n.0 Dicembre 2018