#Cannes68 – I sentimenti che non cambiano. Incontro con Jia Zhang-ke

Jia Zhang-ke fa saltare il banco del concorso di Cannes, con lo splendido e commovente Mountains May Depart. Un racconto in tre atti che abbraccia 25 anni di storia di una famiglia, di una città, Fenyang, luogo natale del regista, e di un intero paese. Accolto da un’ovazione alla proiezione stampa, Mountains May Depart si candida seriamente alla vittoria finale. In conferenza stampa Jia Zhang-ke si è presentato in compagnia dei suoi interpreti, la straordinaria compagna Zhao Tao e, poi, Zhang Yi, Liang Jingdong, Sylvia Chang, Dong Zijian.

 

Innanzitutto, Jia Zhang-ke ha chiarito le differenze di significato tra il titolo originale del film e quello in ingleseIl titolo cinese è composto da quattro caratteri. Quello di ‘montagna’, quello della ‘natura’, e gli altri due che si riferiscono ai tre amici. Il che vuol dire che così come la montagna e la natura non possono cambiare, così il legame dell’amicizia non può cambiare. Il titolo inglese, nonostante sembri differente, esprime soltanto in un altro modo il medesimo concetto dell’immutabilità dei legami. Dopo tanti anni, il mio desiderio era di raccontare una storia che parlasse di sentimenti. È un film che ho girato, in qualche modo, nell’arco di un ventennio. In tutto questo tempo, io sono cambiato ed è cambiata la mia percezione dei sentimenti“.

 

A proposito della scelta di girare in Australia, ha aggiunto: “Ho molto viaggiato negli ultimi anni e ho incontrato degli amici emigrati all’estero, diversi comunità di cinesi, per esempio a New York, Washington, Toronto, Melbourne. Alla fine ho scelto l’Australia, perché è molto distante dalla Cina, ma soprattutto perché si trova nell’altro emisfero. Quando è estate in Cina, lì è inverno e viceversa. E questo mi ha permesso di esprimere un senso di lontanza, non tanto fisica, quanto sentimentale dal mio paese“.

 

Nel film, così come in tutto il cinema di Jia Zhang-ke, un’importanza fondamentale è rivestita dalla musica, dalle canzoni pop. “Go West mi riporta immediatamente ai ricordi della mia giovinezza, alla metà degli anni ’90, quando si ascoltava molta musica disco. Ogni volta che si andava a ballare e ci si incontrava con amici o con estranei, partiva questa canzone e tutti improvvisavano una danza collettiva, una specie di rito comunitario, a cui sono rimasto molto legato“.

 

Riguardo alla struttura del racconto in tre episodi, che crea quasi uno spazio-tempo pittorico: “Abbiamo bisogno di tempo per raccontare tutta la complessità della vita. Credo che il peccato capitale, quando si va più in là con gli anni, sia quello di vivere di rimpianti. Per ciascun momento della sceneggiatura, ho cercato di rispondere a un’esigenza particolare. Per esempio, per l’episodio del 1999, l’obiettivo era quello di raccontare quella febbre della giovinezza, che dona alle cose un tono più dolce. Al contrario, nel 2014, quella che viene fuori è l’età dei quarant’anni, un’età più amara, disincantata. Avevo bisogno proprio di questa lunghezza per raccontare tutti questi piccoli cambiamenti. E la proiezione nel futuro mi è servita a ribaltare il punto di vista, a chiedermi quanto avessimo compreso della nostra vita, delle scelte fatte, del tempo passato. 

Lo spazio, invece, è l’espressione del viaggio, dell’apertura, del movimento incessante delle cose e della vita“.