#Cannes2016 – Il dono della sintesi. Paul Verhoeven racconta Elle

Passa l’ultimo film in concorso, Elle di Paul Verhoeven ed è un gran successo, a giudicare dalla partecipazione del pubblico e della stampa. Una storia dalle sfumature oscure e dai risvolti thriller, ma raccontata con un’ironia e un cinismo che ne fanno decantare gli aspetti più morbosi. Grande protagonista Isabelle Huppert. Al suo fianco Laurent Lafitte, Virginie Efira, Charles Berling, Anne Consigny, Jonas Bloquet. Prodotto da Saïd Ben Saïd e da Michel Merkt, sceneggiato da David Birke a partire dal romanzo Oh… di Philippe Djian, Elle è il primo film “francese” di Verhoeven, ormai sempre più cineasta apolide.

Proprio riguardo ciò, il regista racconta, in conferenza stampa, la genesi del progetto “è stato il produttore Said Ben Said che mi ha inviato il romanzo di Philippe Djian e mi ha chiesto se volevo fare un film tratto dal libro. Ho risposto subito sì. È molto semplice. E, considerati i tanti compromessi che ho dovuto fare nella mia carriera di regista, per è stato come un miracolo, il miracolo di poter confrontarmi con qualcosa che non avevo mai fatto prima”. Ma chiarisce: “quando ho cominciato a riflettere sul film, mi sono avvalso della collaborazione di uno sceneggiatore americano, David Birke, che ha portato una forma di scrittura propria del cinema americano. Quindi è venuta fuori una storia molto compatta e strutturata. Che conserva però l’ambientazione francese, quelle sfumature tipiche. Si tratta dunque di un film ibrido, che non può essere considerato né francese né americano”.

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Sempre a proposito della struttura, approfittando di una domanda che tira in ballo la sua ammirazione per Stravinskij, Verhoeven spiega il ruolo della musica nel film e del modo in cui ha influito sulla scrittura: “quello che ho capito da Stravinskij è il concetto di brevità. E quindi la sintesi. In Stravinskij non ci sono mai note che non siano necessarie. La sua precisione è ammirevole. E a partire dalla suggestione della sua musica, cerco di comprimere la scrittura e la realizzazione di ogni scena. E di andare sempre avanti, di progredire scena dopo scena”.

E poi si sofferma sulla perversione e l’ambiguità dei personaggi, in particolare di quelli femminili: “io direi che non c’è un’evoluzione psicologica dei personaggi. Credo che tutti noi restiamo sostanzialmente identici nella vita. Ci adattiamo, modifichiamo aspetti laterali del nostro carattere, ma non cambiamo mai realmente. Nella terza parte del film, la protagonista scopre chi è stato il suo violentatore, ma ho voluto che si evitasse qualsiasi tentativo di analisi freudiana. Questo film, molto più di quelli che ho fatto in precedenza, lascia aperte le interpretazioni, lascia al pubblico la possibilità di valutare da sé quanto accade”.

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A proposito dell’equilibrio tra violenza e humor del suo personaggio, la Huppert aggiunge: “penso che il grande merito di questo film è che Paul non ha mai dato spiegazioni. Ha sempre soltanto fatto delle ipotesi. In questo modo è molto più semplice interpretare il personaggio. Non si ha bisogno di spiegare le cose, basta reagire a ciò che avviene o, magari, non avviene. È da ciò che viene la tensione del film, che è, al tempo stesso, il ritratto di una donna e un thriller di grande suspence. Una suspence che è quasi tutta interiore ai personaggi”.